4/10/2011

E abbiamo visto la sua gloria

Paolo Dolzan - Armando Fettolini

San Zenone all’Arco - Brescia
dal 9 al 25 aprile 2011
Inaugurazione sabato 9 aprile ore 17.00
orari 16 – 19 (escluso lunedì)
 
Ingresso gratuito
Progetto, mostra e catalogo a cura di Fausto Moreschi e Carmela Perucchetti
 
 

Per la riflessione quaresimale, L’Associazione per l’arte Le Stelle con l’esposizione E abbiamo visto la sua gloria pone due artisti a confronto su uno dei temi centrali della nostra esistenza: il Crocifisso, incontro con il dolore, con l’uomo/Uomo del dolore.
Cristo crocifisso diviene così il focus verso cui gravitano Paolo Dolzan legato perdutamente alla propria umanità fino a togliere il posto a Dio e Armando Fettolini, che al Golgota non si arresta , crede e testimonia il seguito.
Le tele di Dolzan (artista trentino) nascono da un lungo, macerante percorso di approfondimento filosofico, dalla ricerca espressiva, esasperata di quell’angoscia che la sofferenza e la morte proprie dell’umanità gli trasmettono, dal voler assorbire dal tragico (cosa di più spietato di un crocifisso?) al sublime la forma rivivendola nell’arte. Vede la gloria ma non la testimonia (?) e forse per questo chiede di essere benedetto d’acqua santa, lui che afferma “Non v’è amore più grande dell’amore di Dio, soprattutto se Lui
non esiste”, lui che titola in minuscolo cristo, ma pone Lui (Dio), in maiuscolo Armando Fettolini, milanese, dopo aver per anni scandagliato il dolore dell’uomo dalla parte della Croce, risponde all’urlo di Dolzan con una istallazione dove il simbolo assurge al suo più alto significato: incarnarsi nell’oggetto stesso. Ha visto, meditato, dipinto nel dolore la Gloria, oggi vuole testimoniarla. Lasciata sul Golgota la croce, dona alla nuova Chiesa tre strumenti per il seguito, che non può prescindere dal dolore partecipe (corona
di spine), dalla responsabilità di testimonianza (inchiodati ad essa dal mandato di Cristo), dalla purificazione (il lenzuolo di lino che ricopre quotidianamente l’altare della nostra esistenza).
Diavolo e acqua santa? Più semplicemente due artisti che non disdegnano di affrontare il sacro, di sperimentare nuovi cammini, di testimoniare con la sensibilità contemporanea il dramma di chi quotidianamente deve portare la sua croce per seguire il Maestro o semplicemente per portarla con dignità.
 
(F. Moreschi)
 

Cristo è morto in Kashmir.
Cristo è morto di vecchiaia a Rauzabal, (la Tomba Onorata del Raccoglitore) alla veneranda età di 104 anni. Deposto dalla croce ancora in vita, per intercessione di una influente e pentita famiglia semita, ha fatto fagotto e se n'è tornato in India. Me lo immagino a braccetto con san Paolo, ricalpestare i luoghi che lo hanno maturato in quella parentesi della sua esistenza di cui non abbiamo notizie.

L'Oriente, perlomeno fino a 20-30 anni fa, prima cioè che il turbamento razionalistico scotesse le menti riposate della sua gente e che queste abboccassero all'esca facile del progresso desertificante della civiltà dei consumi, non si stupiva di una resurrezione, di una levitazione, di una preveggenza o di qualche altra forma di manifestazione che noi occidentali etichettiamo come soprannaturale o miracolo. Anzi, non v'era guru o santone che nel suo curricolo potesse farne a meno. Ricordo una lettura giovanile, (Yogananda “Autobiografia di uno yogi”), nella quale il giovane adepto è in conversazione con il suo maestro defunto da una settimana e che, tosto riappare nella sua manifestazione fisica, interrogato sull'al di là, fornisce risposte puntuali e suadenti. Per assonanze, ricordo anche una moltitudine di letteratura cosiddetta “satanista” o eretica, da Crowley alla Blavatsky, che affondano le loro radici nelle medesime spinte spirituali hindù, tantriche e yoga. Allo stesso modo mi saltano al cervello le parole tossiche e incendiarie di demoni della libertà e di martiri recenti e moderni come De Sade, Artaud, Stirner, Poe, Cravan, Bourroghs... che molto potrebbero insegnare ai pii beghini delle confraternite d'ogni ordine e professione: ma non è questo il momento di fare un'antologia.

Io sono rimasto al palo a sbronzarmi con Sileno, nelle calde terre del medioriente, prima che Mitra e Gesù si spartissero l'eucarestia.

Io, per conformazione lombrosiana, deformazione psichica e soprattutto, per eccesso d'amore, sono un pittore. Davvero facile a dirsi e difficile a spiegarsi: per deontologia professionale mi piego ai venti delle manifestazioni irrazionali, senza perciò perdere l'abitudine all'interrogativo. In questa faccenda artistica che mi vede nei panni del “diavolo”, di contro al collega Armando che gli tocca benedirmi d'acqua santa, la figura del Cristo mi interessa unicamente per le sue proprietà carnali.

Mi spiego meglio:

Il Cristo del “divin Michelagnolo” è divino nella misura in cui è il frutto della dissezione anatomica di un quattordicenne. Del Cristo rifiuto l'anima e ne mangio il corpo; senza eucarestia, ma fisicamente, con gli occhi di chi spasima conoscere e assorbire la forma dal tragico al sublime, per esprimerla nell'arte.

Nei miei quadri presumo ritroverete un senso di nausea per l'uomo di oggi e di ieri. Altrettanta nausea per tutte le religioni nella loro forma confessionale e collettiva. Il Cristo, il suo corpo anatomico, per me esprime la possibilità di agire senza conseguenze, snobbando il frutto proibito, osservando la forma mutante della mela morale, scagliandola oltre i paradisi e gli inferni nella digestione improvvisa dell'azione senza retorica; del movimento dell'uomo senza perché , che non sia la reazione istintiva/animale ad una sollecitazione. Non v'è amore più grande dell'amore di Dio, soprattutto se Lui non esiste.

(P. Dolzan)