2/09/2011

Aria di famiglia


GIORGIO ROTTER (1905-1931)
Galleria ARGO
Via II Androna di Borgo Nuovo 38100 Trento

DAL 12 FEBBRAIO AL 12 MARZO 2011




Die Welt ist schön, Il mondo è bello. È il 1928 e Albert Renger-Patzsch, capofila insieme a Moholy-Nagy della Nuova Oggettività in Germania, pubblica il suo libro più celebre, diventato in pochi anni una vera e propria bibbia per i fotografi moderni. La metà degli anni Venti è anche il periodo in cui Giorgio Rotter (1905 – 1931) girovagava per mezza Europa, a cavallo, forse, di quella stessa motocicletta sfoggiata in un suo autoscatto. Certo, il giovane Rotter non poteva immaginare che da lì a poco sarebbe caduto vittima della follia omicida di uno spostato che, senza alcun motivo, lo avrebbe aggredito a colpi d’ascia, lasciandolo a terra gravemente ferito; la setticemia avrebbe fatto poi il resto, stroncando, in modo prematuro, un talento innato per la fotografia ed una sensibilità estetica assolutamente moderna, al passo con i tempi.

Le scorribande motorizzate, prima nel mantovano, poi, si suppone con altri mezzi, verso nord, arrivando fino in Belgio, a Bruges e Bruxelles, non devono essere tuttavia imputate a semplici intemperanze giovanili, pur conservando, per certi versi, i tratti tipici del viaggio di formazione on the road, che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo desiderato intraprendere. No, in quell’Italia, l’Italia della dittatura, delle libertà soffocate e della sciagurata crisi economica che si stava affacciando, non c’era spazio per i colpi di testa e Rotter doveva averlo compreso fin troppo bene, lui che, laureatosi giovanissimo, era diventato l’unico sostentamento della famiglia. È possibile che l’ansia di vedere, di scoprire luoghi nascosti, di partire, tradisca una sorta d’insofferenza alle regole, alle imposizioni del regime; un desiderio di fuga, d’evasione non fine a sé stessa però, ma finalizzata alla ricerca d’immagini pure, di paesaggi poetici, avvolti da un’aura mistica conferita dalla natura medesima nell’atto della creazione. Ed è al paesaggio che il fotografo dedica numerose prove di quell’ammirazione che non conosce confini verso la bellezza e l’ordine insito nel mondo naturale, entusiasmo che si manifesta attraverso l’enfasi con cui Rotter è in grado di riportare, in modo fedele, la perfezione delle forme, la simmetria ben bilanciata degli elementi che compongono il quadro, la luce solare che, gentilmente, accarezza e anima il paesaggio.

Il riferimento iniziale a Renger-Patzsch non è, perciò, avventato, privo di senso. C’è più di un punto di contatto tra le due personalità: entrambi potevano contare su una formazione non strettamente artistica – Renger-Patzsch aveva studiato chimica, Rotter ingegneria; un eguale atteggiamento naïf, inteso non nell’accezione negativa del termine, verso il soggetto, una sorta di profonda seduzione spirituale, d’empatia resa ancora più intensa dall’estrema sobrietà, dalla chiarezza e dalla fedeltà della ripresa fotografica. Malia che in entrambi i fotografi appare evidente, in particolare quando si tratta d’affrontare forme vegetali, specchi d’acqua, vecchie case di contadini, luoghi, cioè, dove natura e presenza antropica riescono ancora a trovare un equilibrio sostenibile. La visione risulta più distaccata, invece, quando ad essere immortalate sono scene che riprendono impianti industriali o d’estrazione mineraria, pur non venendo mai meno la precisione compositiva e la meraviglia di fronte alla creazione, a qualunque livello essa avvenga.



Le foto di Rotter, nella maggior parte dei casi, si presentano in formato circa 8 x 6, dunque assai contenuto, distante dalla retorica assordante di certi scatti contemporanei, che hanno fatto delle dimensioni il loro unico punto di forza, per nascondere, sovente, inadeguatezze tecniche ed incapacità comunicativa – d’altronde, per spiegare il successo delle grandi foto a colori, tanto di moda in questi ultimi anni, Susan Kismaric, curatrice della fotografia al MoMA, ha commentato: “Le grandi foto a colori decorano, le piccole immagini in bianco e nero non decorano”.

I lavori di Giorgio Rotter sono più simili ad un taccuino di viaggio, a fogli strappati da un block notes, in cui il fotografo ferma la prima impressione; si tratta di brevi, ma accurati, appunti, stesi in forma di diario personale, che l’affetto dei parenti ha conservato e tramandato fino ad oggi. Le sue foto sono piccoli talismani, vicini, nello spirito, all’omonima opera del pittore nabis Paul Sérusier, dipinta nel 1888 sul coperchio di una scatola di sigari, seguendo i consigli di Gauguin: anche qui, come in molte visioni di Rotter, un interno boschivo, con alberi che si riflettono in uno stagno; un paesaggio che trasuda un anelito di libertà dalle costrizioni ed una forte dimensione simbolica, da cui le opere di Rotter non sono avulse, e che si palesa nella comprensione del mistero dell’esistenza racchiuso nelle fragilità della natura, maestra di sintesi e semplificazione.

Proprio quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario della morte di Giorgio Rotter e questa mostra vuole essere un primo, seppur tardivo, omaggio al suo talento rimasto per anni misconosciuto, l’occasione di riportare alla luce le suggestioni di un passato lontano. Le sue immagini conservano ancora oggi quello stupore tipico della gioventù, di un novello Adamo che vede ogni cosa con occhi particolari e tutto ciò che osserva appare nuovo al suo sguardo, come se lo vedesse per la prima volta.