3/15/2010

MUSEO DELLA CARALE ACCATTINO
Via Miniere, 34 – 10015 Ivrea


Comunicato stampa

Sabato 27 marzo 2010, alle ore 18, sarà inaugurata la mostra

CONFRONTO SULLA CROCIFISSIONE
TRA DUE PITTORI, L’UNO DEI QUALI CREDENTE E L’ALTRO NO


Interverranno, con Adriano Accattino, i critici Vincenzo Guarracino e Mauro Zanchi. Saranno presenti gli artisti Bruno Bordoli e Paolo Dolzan.
Verranno inoltre esposti due sipari di Hermann Nitsch e Adriano Accattino.
La mostra resterà aperta fino al 25 aprile 2010 e potrà essere visitata nei giorni di venerdì, sabato e domenica, dalle ore 16 alle 19.
Ingresso libero.
Info 0125 612658 – www.vivalarte.it


L’idea della mostra
e i dubbi che la sostengono


(di Adriano Accattino)

Ho invitato due artisti dal segno forte ad affrontare la crocifissione, tema travolgente, sovrumano che, se risulta difficile per un credente, impossibile risulta per un non credente. I due artisti mi sono sembrati entrambi particolarmente adatti, in quanto portatori di un universo pittorico che va al di là di una mediocre misura umana, e straborda in spazi inventivi di grande complessità ed estensione. Tanto Bordoli che Dolzan sono pittori smisurati e innaturali, di un mondo stravolto e fantastico, nel quale hanno scavato con i loro pennelli come se fossero picconi e pale. Non stupisce che Bruno Bordoli, già reduce da una Piccola Passione e da una lunga frequentazione di temi sacri, abbia accolto l’invito; e nemmeno stupisce che l’invito abbia coraggiosamente accolto anche Paolo Dolzan, a suo modo autore di una pittura altrettanto sacra, sia pure in un senso totalmente differente. Dolzan è pittore religiosamente umano, tanto profondamente umano da essere anch’egli religioso, pur dichiarandosi non credente.

Bruno Bordoli è portatore sin dal principio del suo cammino pittorico di un mondo a tinte tragiche. I temi della religione, le cui narrazioni si ripropongono da secoli, spesso sono da lui evocati e nel contempo relegati in un mondo alieno che ci appare di sghimbescio, ma da quello scorcio parte una freccia vertiginosa di luce: quel carnaio di scimmie è il nostro; quello stuolo d’angeli potremmo anche essere noi!

Paolo Dolzan abbraccia così perdutamente la sua umanità da togliere il posto a Dio: un’umanità dilaniata che lancia i suoi urli da ogni ferita, come se ogni ferita fosse una lingua. Un’umanità fedifraga, peggio che bestiale; un’umanità che non sale e ristagna nell’orrore; un’umanità divisa dal divino, ridicola e superba, che merita la sconfitta e l’annullamento. Dolzan ci consegna l’uomo a questo punto, disgiunto dal suo destino, come un palo spiantato, un albero con le radici in aria.

Dunque, entrambi i nostri artisti sono pittori di crocifissi e di poveri cristi e ciò che li differenzia finisce con l’esser solamente la c maiuscola del Cristo di Bordoli e la c minuscola dei crocifissi di Dolzan. Per l’uno crocifisso è il Figlio di Dio che viene a gravarsi delle colpe di tutti e riscatta l’umanità, mentre per l’altro è un uomo comune, e rappresenta tutti i poveri di questa terra. Nel crocifisso di Dolzan l’uomo comune patisce a causa dei misfatti di coloro che l’hanno condannato. Nel Cristo divino appeso, gli interrogativi si complicano ulteriormente: l’uomo è arrivato al punto di crocifiggere il suo Dio? Crede forse di liberarsene appendendolo a un palo? Crede di cancellarlo? Di sostituirsene? S’innesta sul terreno delle precedenti domande una sequela di altre domande. E questa pittura rende ragione della tragedia dell’uomo crocifisso; ma come può rendere le ragioni del divino? Lo scandaglio delle profondità umane lambisce appena le terre del divino. Dire l’angoscia e l’amaro; dire la sofferenza e la morte dell’uomo è già di per sé un compito impossibile, ma dire poi la tragedia del divino che soggiace all’umano non trova parole né segni bastevoli.

La questione cruciale è se sia possibile rendere sulla tela quel quid impalpabile che dovrebbe fare la differenza tra pittura ispirata da modi divini e pittura ispirata da ragioni esclusivamente umane. Lo spirito trova difficoltà a modellare la pittura; o altrimenti la pittura non è materia adatta ad essere plasmata dal divino afflato. E in effetti come potrebbe una materia ricoverare in sé un’immateria? Come potrebbe una superficie ferma contenere l’espressione di un movimento incessante o una superficie piatta rappresentare un incommensurabile rilievo o una sottile pellicola uno spessore infinito di sovrapposizioni? La pittura è un strumento umano dagli esiti limitati: se la si grava eccessivamente si spezza e non risponde più. L’espressione di un senso divino è impropria alla pittura; così è improprio domandare qualcosa del genere all’opera di un artista credente. La pittura di un credente è identica a quella di un non credente, per quanto concerne i suoi esiti. Divino e pittura restano estranei. La pittura produce rappresentazioni, e cioè aspetti e forme di superficie, sperimentabili per via di sguardi. E non esistono divinità e spiritualità che si percepiscano per occhi; esse appartengono a dimensioni della profondità e della penetrazione: la pittura è perlopiù inadatta a questo. Non può esserci differenza che non sia propria della pittura tra il crocifisso di un credente e quello di un ateo. La pittura sacra si distingue da quella non sacra per l’oggetto delle sue attenzioni e non per l’effetto: così potrebbe persino sembrare più religioso il quadro di un pittore non credente. Come si vede, i problemi restano aperti.

Nessun commento: