3/04/2009

Dalla terra di Ulro



Czesław Miłosz

La legge della gerarchia va di pari passo con quella della degradazione e dell'ironia. Non c'è una trovata, una scoperta, un'idea che, riflessa in un intelletto di gradino inferiore o nella chiesa interumana, non si abbassi in misura proporzionale. Se almeno a questo livello inferiore esse conservassero le loro qualità, solo un pò più sbiadite, solo un pò meno evidenti! Ma la differenza di livello diventa di solito differenza radicale di qualità ed ecco che una verità annacquata si rivolta contro quella superiore sotto forma della sua parodia. Intorno a noi risuona incessantemente lo strepito delle prime ispirazioni che si scontrano fra di loro, delle loro parodie e delle parodie delle parodie. Ricorrendo a un'altra metafora, si può parlare di svuotamento di ogni sostanza dall'interno ad opera delle termiti della mediocrità. Un bel giorno ad esempio si vedrà che per aver attribuito un'esistenza reale alle maschere e alle facciate, siamo diventati vittime delle illusioni. Un prete nutrito delle risciaquature theilardo-marxo-freudiane sarà prete solo in apparenza; un insegnante, anche se sa leggere e scrivere, sarà in verità un analfabeta e un corruttore; un politico, un grosso brigante; uno scrittore e un artista, assistenti di impresari di spettacoli da circo, con sangue vero e copule autentiche sulla scena, proprio come nei circhi-teatri romani descritti da Tertulliano.

Infine la legge della banalità trionfante spiega secondo me la storia delle avanguardie artistiche del nostro secolo. Non ci sarebbe stato un susseguirsi di movimenti e scuole se fossero mancati momenti di reale stupore di fronte al nuovo. Chi ha vissuto abbastanza a lungo ricorda più d'uno di quei momenti in cui era affascinato da accostamenti audaci di colori o parole, da deformazioni ingegnose, dall'abolizione della sintassi. Si trattava in genere del fascino d'una realtà diversa, fantastica, sembrava che da quelle forme tralucessero profondità e mistero. Il tempo accelerato del ventesimo secolo riserva a tali opere un trattamento particolarmente perfido, mutando l'originale in comune, il nobile in volgare, il fantastico in realistico, e trasformando il grottesco più delirante in una commedia borghese di costumi. Ciò fa venire in mente la fiaba del mucchio d'oro trovato di notte nel bosco che al mattino si rivela legno marcio. Certo, non tutta la letteratura e l'arte del nostro secolo subiranno tale destino, ma se ne salverà ben poco.

E' il tempo stesso che pian piano fa scolorire gli incanti fugaci e illusori, condannandoli al grigiore della banalità, ma essi perdono ugualmente il proprio fascino se accanto a loro appare una bellezza più forte, in cui la forza dell'essere sia maggiore. Ciò che uccide opere meno dotate di essere non sono nè la critica nè le dichiarazioni programmatiche, è invece l'apparire di opere che di quel principio sono maggiormente dotate. C'è da chiedersi allora se un poema finito in un cassetto o un quadro mai uscito dall'atelier del pittore, detengano un simile potere. A parer mio si - ed è questa la legge degli influssi magici esercitati dalla sola partecipazione invisibile.


(tratto da "La terra di Ulro" di Czesław Miłosz , 1980 - Ed. Adelphi)