1/06/2009

Who is.



Alligatore, cm230x130, acrilico su tela, 1998.

Un giorno, a Venezia, un mio giovane collega trentino (ancora studente all'Accademia di Belle Arti) mi disse che era stato in Sicilia e sull'Etna. E' vero che il vulcano è una montagna, ma un trentino sull'Etna?
Cercava le origini, mi spiegò, e allora capii meglio quegli occhi a spillo mobilissimi: la sud passionalità - razionale, la grande capacità di ascolto, la mobilità di pensiero e la tavolozza generosa di colori caldi e mediterranei e di grigi freddi, ma luminosi e tristi. In lui le due montagne (sud-nord) convivono e si fondono fino a diventare un tutt'uno armonico con la pittura. Capii la sua passione per il bianco e nero (che poi è policromo): per la grafica.
Eppoi i coccodrilli a Trento? Le trote nei fiumi di montagna, i tori, ma di alligatori non sapevo.
Paolo Dolzan mi spiegò, senza spiegarsi, con la sua pittura ad alta tensione, che tra le sue montagne ci sono anche gli alligatori e le tartarughe. Mi disse che tra una passeggiata (di ore) e l'altra nei suoi boschi con suo padre un giorno aveva intravisto un'aquila e mentre parlava dell'evento si accalorava e illuminava come un bambino. Capii così che in Trentino ci sono anche gli alligatori.
Eppoi cento teste cento: un modo solo per cercare se stesso negli altri. Erano anni che non vedevo una tale massa di lavoro e così ossessivo impietoso insistente e indagatorio per un solo tema: la testa, la centrale anatomica più difficile da imbrigliare.
Per questa generazione la fissazione è un rischio da evitare quando storicamente sappiamo che l'unico modo per affrontare un problema è sviscerarlo per esorcizzarlo. C'è in queste teste la compresenza di Bacon per il modo di scavare nella forma c'è la compresenza dei grandi espressionisti tedeschi (tutti padri nobili). C'è Paolo Dolzan e la sua faccia da adolescente giocoso e tormentato. Sono ritratti-autoritratti queste cento teste questi cento inviti a guardarci dentro e attorno.
Mentre guardo le grafiche coguardo il grande dipinto dell'alligatore e penso a Scanavino per assonanze per il modo di dosare i grigi per scrivere la profonda tristezza che è nel profondo dell'animo umano. L'alligatore per Paolo è una metafora per come si dimena e perché è in acque inquinate. Su questo grande dipinto e sui molti studi preparatori che conoscevo Dolzan ci consegna un messaggio forte e tragico attraverso un animale forte e a rischio: quel coccodrillo è l'uomo a rischio.
Paolo è un ecologista vero e convinto che dal Trentino pensa all'Amazzonia. Non deve meravigliarsi nessuno se nel suo alligatore c'è l'affanno di vivere e si avverte nello scoordinamento il dolore di vivere.
Il suo segno è sempre tagliente, secco e romantico: mai casuale.
Guardando il suo lavoro grafico e pittorico, leggendo i suoi testi, le sue apprensioni, penso a questo paracelsiano del 3° millennio con apprensione.
Come nei sogni (quelli circolari) crede nel suo lavoro e in quello degli altri e lo si capisce da come si muove. Lui di quella generazione che ho conosciuto a Venezia è un caso a sè e in questo verticalismo anemico è un fenomeno a rischio: é un problematico.
Siamo diventati amici un pò alla volta: quasi non avessimo fretta e così anche i silenzi sono diventati attivi.


Marcello Pirro


(estratto dal libro "Ipotesi" - Pirro/Dolzan, 2001)

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