12/31/2008

111 teste

Partiamo per un viaggio, procedendo per angusti corridoi sotterranei nelle stanze delle vergini e dei bambini, dei notabili, dei vescovi e dei professori. Accatastati uno sull’altro su tavolacci e scaffali, stipati nelle nicchie, agghindati di tutto punto secondo la moda dell’epoca. Cartelli consunti pendono dai loro colli, archiviando il momento di ciascuna dipartita. Una serie di buchi tarlati che un tempo ospitavano gli occhi, perimetri di carne frollata e cascante, crocchie di capelli ritorti come fili di ferro aggrumati in un viso congelato in una parafrasi della vita atroce e ghignante, fotografano l’anima reattiva del nostro desiderio d’eternità.
Tutto questo ha avuto inizio in tempi lontani, correva l’anno 1585 quando nel convento dei Cappuccini di Palermo fu mummificato il primo frate beatificato. Da quel giorno, sino all’approssimarsi del xx secolo, circa 8000 persone hanno trovato rifugio in queste catacombe. Fu forse il timore di non meritare la vita eterna, d’esser giudicati rei e impuri nel Giorno del Giudizio che li spinse a tanto?
Di questa alternativa a basso costo, dovevano certo essere taciute le pratiche alchemiche e scientifiche: tutto avveniva nel “colatoio”, il luogo nel quale il cadavere era riposto per circa sei mesi perché si svuotasse delle proprie interiora e liquidi, tra miasmi indicibili. Ciò che restava, al pari di una fetida sacca vuota, veniva riempito di paglia, ricucito e quindi meticolosamente abbigliato, perché l’uomo denudato è privato della propria storia e del tempo. Il risultato finale di questo osceno imbellettamento appare simile a quello toccato in sorte ai poveri animali che i nostri occhi curiosi osservano al museo di scienze naturali, oppure a quei fantocci che i bambini ancora oggi applaudono al gran teatro dei burattini.
Forse la fede, professata più per abitudine che per convinzione, crollò alla vista della falce e subentrò il pensiero pragmatico di salvare se non proprio l’anima, almeno il corpo, anche se violato e ricomposto come un simulacro.
Che si tratti di isolati rigurgiti di un paganesimo assimilato e mal digerito, di semplice feticismo religioso popolare o di un gigantesco esorcismo, questo luogo resta la più evidente testimonianza di un destino fatale rifiutato fino all’ultimo battito di cuore nelle stratificazioni dei secoli, dagli uomini.
Non ci si abitua all’idea ed è improbabile rassegnarsi. Facile che il pensiero della morte, a furia di battere tra le tempie, divenga invece un’ossessione.
(Dolzan, tratto dal ciclo 111 Teste: monotipi su carta, cm20x30, 2000-2004)

Le Catacombe dei Cappuccini di Palermo




L'effetto di quelle gallerie vaste e semibuie, illuminate solo dall'alto, dalle pareti folte di quelle che a tutta prima potrebbero sembrare bizzarre sculture naturali, brune stalattiti polverose, è un effetto piranesiano. Casse da morto ammucchiate le une sulle altre, dal cui spioncino intravedi un volto spaventoso di mummia, spesso azzimato dai fronzoli di una moda defunta, file e file di scheletri irrigiditi in bruni sai, penduli come abiti usati nel tenebroso magazzino di una Morte rigattiera: ma questi stracci hanno un volto e quel volto, benchè scarnito, ingiallito dal tempo, obliterato da ogni segno di riconoscimento, non è mai lo stesso volto. Ecco quel che è terribile in questi teschi: alcuni stravolti dallo spasimo, altri atteggiati in un ghigno di gatto arrabbiato, quale subsannante, quale minaccioso, non due che siano la stessa anonima maschera di mortalità. Che cosa si proponevano questi uomini a lasciarsi seppellire così, con un cartello recante il loro nome, come malfattori impiccati, pirati appesi con le catene finchè gli avvoltoi e le intemperie li disgreghino? I volti degli imbalsamati sono più tremendi di quelli degli scheletri: paiono maschere di cera o di cartapesta, trofei di cacciatori di teste, informe poltiglia di volti essiccata.

(tratto da: Viaggio in Occidente di Mario Praz)


Le immagini sono tratte dal ciclo "Homines" (1995) di Fulvio De Pellegrin

12/24/2008

Babbo a Natale e Babbonatale




(Natale con le toppe)

Ennesimo natale di una famigliola sul lastrico. L'unico figlioletto sui sei anni, vestito di una vecchia tuta blu rammendata con toppe marroni sui ginocchi, è accovacciato sotto l'albero addobbato a noccioline e mandarini come ai vecchi tempi. Scaldato dall'abbraccio materno e sotto l'occhio assopito del padre, scarta l'unico modesto pacco infiocchettato alla ben 'e meglio. Il suo viso in sollucchero assume una tonalità violacea, allorché tra le mani contempla la delusione dei mille desideri covati in un anno e lì svaniti.
"Ma questo è il trenino che avevo perso..." piagnucola tra sé.
"E adesso lo hai ritrovato! " Lo rimbrotta tosto il padre.
" Volevo la Playstation! " Il piccolo cede alla delusione e parla tirando sù col naso.
" Se Babbo Natale non te l'ha portata significa che hai qualcosa da farti perdonare, birbone... Ti ci voleva il carbone, te lo dico io... troppo buono!" il papino rincara la dose.
Questa scena dolorosa è osservata alla distanza di due passi dalla madre, che non sa se trattenersi, apparendo tra penne e piume in veste di chioccia, oppure sparecchiare la tavola come diversivo alla rabbia covata nella solitudine di un compagno senza lavoro e ubriacone.
Il pupetto continua a frignare. Il padre sbraita, scolandosi il fondino della bottiglia di spumante da quattro soldi sulla tavola. La delusione del figlio si affastella nello sgabuzzino della sua coscienza sporca di uomo inetto. L'ultimo lavoro di una lunga lista se n'è andato per il suo indulgere in quel porco peccatuccio alcolico, la moglie si trascura sciabattando tra una telenovela e i fornelli e ha perduto la voglia di scopare alla selvaggia, come piaceva fare a lui... Bella vita davvero, porco mondo tondo!
" Se continui a piangere, Babbo Natale arriva e si porta via anche il trenino! Vattene a dormire ingrato! Lo avessi avuto io il tuo trenino, porca troia! "
Il pianto del moccioso moccoloso è un crescendo da Bolero di Ravél, interviene la madre pennuta, lo copre di baci molli che lo conducono uno scalino alla volta, sotto le coperte fredde di una stanza riscaldata a singhiozzo.
Il padre nella notte di natale è sprofondato di un metro nella sua poltrona a quadrettoni, bevendo birra e prendendosela con quella merda di televisione e di ricorrenza che se fosse un giorno normale a quest'ora ci sarebbero già gli spogliarelli. La moglie si corica attraversando il salotto e senza augurargli la buonanotte.
Fuori dalla finestra la notte ghiacciata splende di stelle, la neve in giardino è da spalare.
"Anche questo natale è passato, cazzo." Mogugna tra sé il babbo, stappandosi l'ennesima birra.
Il flop! del tappo e la birra che sale veloce sul collo della bottiglia, la stessa scena si consuma sotto gli sguardi sconcertati degli elfi e della integerrima buona renna Rudolph, restìa a rendere la cotenna. Babbo Natale stravaccato nella sua sedia a dondolo, al tepore di una buona fiammata di legna messa a stagionare, davanti alla tivvù, aspetta gli spogliarelli. La sua mano sfrega insistentemente la patta dei suoi calzoni lanosi. Il buon brontolone si abbandona a desideri lascivi, cullato dalle filastrocche di bambine non proprio in erba, cantate tra le tempie imbiancate. Quand'ecco che l'antennone installato di recente fa le bizze e gli appare l'immagine lacrimevole d'un marmocchio scrivente:
" Caro Babbo Natale, il trenino ce l'avevo già...blablabla..."
Interdetto e interrotto, al benemerito barbuto gli và in mosto il sangue:
" Porcaccia maledetta! Elfo di merda, ce lo siamo dimenticati il poveraccio... è colpa tua! Si ha da aggiustare questa cosa... sella la renna!"
Babbo e la sua squadra partono in quel della casupola dell'inconsolabile bimbino.
Atterrata la combriccola sul tetto, assistiamo alla scena di un culone vellutato rosso che a fatica passa dallo stretto comignolo e casca infine, con un tonfo sordo tra piatti e pentole della cucina del nostro capofamiglia, ormai assopito e immerso in sogni erotici, di enormi tette coronati da succosi capezzoli all'aroma di luppolo. Il trambusto desta il fallito di soprassalto e la scena che da qui si svolge consumatela, ve ne prego, assaporandola ben bene, quasi fosse al rallentatore:

babbo Vs Babbo - Mortal Kombat - final round


Il babbo si avvicina tra urla e insulti che intimidiscono lo sprovveduto Babbo che nel soffio di un minuto, si ritrova pancia all'aria e una caviglia slogata, ad annaspare sul pavimento. Il babbo fuori di sé brandisce un batticarne. I colpi violenti fendono l'aria, coperti dagli improperi disarticolati, blasfemi e immondi, di una rabbia troppo a lungo repressa. I denti scricchiolano sotto le botte spianate e decise, salta il setto nasale, un occhio quasi esce dall'orbita, la barba candida s'intride di sangue, la buona ciccia rimpinzata di doni amorevoli è frollata dalle pestate violente e quasi pronta per il ragù. Lo sfintere si allenta liberando il contenuto degli intestini. Merda e sangue colano come decorazioni dai muri allargandosi sul pavimento. E' finita, ce lo siam tolto dai coglioni una volta per tutte, il prosciuga tredicesime, l'assembra parenti, il tacchino bruciato, il segna posto numerato e le candele, le tiritere e le favole... che se credi alle favole a questo mondo, sei fottuto.

Natale -1


12/23/2008

natale -2


12/22/2008

Natale -3


12/21/2008

12/19/2008

Natale -6



I giorni passano e Babbo si avvicina... tremate gente!

12/16/2008

Another Christmas, Dolzan!






Scende la neve e siamo tutti più buoni... così, giocoforza, faccio del mio meglio per adeguarmi al clima natalizio...

La D&D/trash film production è lieta di annunciare l'imminente uscita del sequel di "Dolzan before Christmas", prossimamente a spizzichi e bocconi, su questo blog.


12/09/2008

Alexander Trocchi e il Sigma Project




Alexander Trocchi è lo scrittore di origini scozzesi e parigino d'adozione, autore di due soli romanzi ("Giovane Adamo" e "Il libro di Caino"), ma di molti racconti pornografici - per lo più anonimi - editati dalla Olympia Press. Figura liquidata della Beat Generation, (fece scandalo la sua pera di eroina in diretta tv, nel corso di un' intervista a New York), aveva un sogno che restò nel cassetto: il Sigma Project, ossia, la creazione di una libera accademia delle arti e del pensiero, sviluppando le idee maturate dal Situazionismo francese.

In soldoni, l'idea consisteva nel creare uno spazio autonomo finalizzato all'insegnamento e all'apprendimento e che spaziasse, per fare un esempio, dalla fisica, all'arte, all'agricoltura...e chi più ne ha ne metta. Cosa avrebbe implicato la creazione di una simile università? La risposta è intuibile: lo smantellamento di ogni irrigimentazione culturale, l'imprevedibilità delle scelte future nel successivo sbocco lavorativo, l'incapacità di prevedere (dunque incanalare nelle categorie professionali/culturali) e controllare il cittadino, la liberazione della conoscenza da ogni logica di rendimento remunerativo. Insomma, il programma di una scuola come andrebbe fatta, oltre le logiche della valutazione, demandando la specializzazione al lavoro e preoccupandosi solo dell'elaborazione di concetti utili se sedimentati e verificati nel lungo passo della vita.
L'esperimento Trocchi fallì miseramente, ma dalle scarse informazioni reperibili, le responsabilità non furono attribuibili allo scrittore, quanto piuttosto all'ostacolo cavilgovernativo che nella mutilazione di qualche suo tentacolo non aveva certo nulla da guadagnare.

Anche oggi, le alternative per cambiare lo stato di degrado quotidiano ci sono, a volte irrancidite nel chiuso dei cassetti dei buoni propositi. Però, chissà com'è, i cambiamenti radicali e positivi provengono sempre e solo da una voce, quella del cittadino ( del popolo) e mai dal mondo politico, o da quello similmente schierato dei forti, che avrebbe i mezzi e gli strumenti per mutare le cose.

12/07/2008

Una riflessione sulle Accademie (parte III)



1/3 ai maestri e 1/3 agli allievi:

Ripartiamo dalla "gratuità" che in poche parole implica i nani sulle spalle dei giganti. Il senza fatica della trovatina che si può tradurre socialmente a tutto campo, come quando guardiamo un ragazzotto al volante del suo Suv, cagato sangue nella fatica del papi, ma non sua... Eh, sì porco mondo, lavorare stanca! Lo diceva pure Pinocchio coi sacchi di calcina... Questo è accaduto anche nel mondo accademico, il lavoro sporco lo hanno fatto i nostri nonni. Il mondo dell'insegnamento conta di un esercito notevole di storpi, malandati (ma il danno è autoinflitto) dal qualunquismo e dalla pigrizia. il macchè 'cce frega, ma che 'cc'emporta dell'oste, del vino e pure dell'acqua. L'importante è non sudare, non smuovere le solide certezze artistiche cucite su misura. La differenza tra Duchamp e Cattelan, per esempio? E' quella del Suv...
Il branco di docenti ebeti dietro una cattedra insegnano ai giovani come comportarsi in società, come compilare un versamento per prenotare una pagina sulla rivista più in, la visibilità, il pompino con la bocca e col culo.
Questo è l'insegnamento dei mediocri arruolati a puntino per massacrare il dono più grande che da qualche dio impazzito è stato fatto all'umanità: CREARE. E qui ritornano in gioco le istituzioni, braccio del potere concertato che sorride quando il popolo è umiliato su un inginocchiatoio, perchè la falsa conoscenza mortifica più dell'ignoranza.
Che volete che vi dica al capitolo "allievi". Sono dei poveracci allattati del latte purulento di una malaeducazione e che dovrebbero sputare in faccia ai loro padri per trovare un crocicchio che li porti a sinistra o a destra, non importa dove, certo sulla strada della riabilitazione.

Una riflessione sulle Accademie (parte II)




La responsabilità di 1/3 alle istituzioni.


Le accademie, che a cavallo tra XVI e XVII secolo presero progressivamente il posto delle botteghe d'artista e che videro la loro piena affermazione ai primi dell'800, non producevano artisti - questo l'attuale equivoco - ma degli eccellenti esecutori tecnici. L'unica funzione era quella, cioè, di insegnare le tecniche di un mestiere e il fare "arte", pertanto, non era considerato ne una preoccupazione nè, tantomeno, una competenza richiesta. D'altra parte è impossibile negare che la "formazione accademica" giocasse un ruolo fondamentale nel futuro artistico di quanti se ne uscivano con il diploma. Così è stato per Picasso, per esempio, e per tanti altri artisti che potrei citare. Oggi forse i più ignorano la didattica di un tempo che richiedeva un'applicazione costante esercitata dal fare reiterato, sempre uguale e dunque monotono, ma necessario per accedere al livello successivo: dalla copia di stampe che raffiguravano orecchie, nasi, occhi si procedeva dunque alla sintesi della testa e via via dell'intero corpo, seguendo la stessa logica. Poi ci si poteva cimentare nella copia di gessi a grafite o carboncino, quindi di modelli viventi, e solo successivamente si spalancavano le porte sul colore e i suoi medium. I corsi complementari non esistevano, ma tutto quel "poco" che a questi esercizi era connesso, era fondamentale. Questa coercizione della libertà, questa irregimentazione della creatività nelle regole, questo costruire, implicava (pur tuttavia non legittimandola) la distruzione di ogni regola.


Oggi cosa è successo? Molto semplice, non esistendo la regola non esiste neppure la distruzione. L'antitesi non ha gambe per procedere, se non quelle della gratuità, del compromesso ruffiano, della formula commerciale del "belliricchifamosi" impartita più o meno in modo esplicito agli studenti, nel nome di un pensiero qualunquista che trova il suo motto ne "l'arte per tutti sì, ma senza fatica". I primi dilettanti sul campo li troviamo proprio tra le categorie dei maestri titolati, che suffragano la loro incompetenza in un mare di chiacchiere.

Una riflessione sulle Accademie (parte I)



Accademia e Gallerie a Venezia


E' indubitabile che anche nel mondo accademico l'aria che si respira, curiosando tra le aule dei tanti studenti indaffarati, sia stantìa e l'atmosfera deprimente. Ricordando i primi anni della mia formazione presso le Belle Arti di Venezia, le impressioni più forti le ricevetti osservando gli atteggiamenti (talvolta arroganti) dei ragazzi che frequentavono gli ultimi anni di corso. Pasteggiavano, si ubriacavano e dipingevano attardandosi anche fino a tarda notte, trattando in malo modo custodi e bidelli che annunciavano la chiusura dei laboratori. Ma c'era in loro una sorta di sacrosanta rivendicazione per quello che facevano, giusto o sbagliato che fosse, perchè dipingere non è come lavorare in fabbrica, non smonti al turno di lavoro quando suonano le sirene. Inutile dire che feci tesoro di questa esperienza, comportandomi anch'io di conseguenza. Prossimo al diploma, la scena scolastica era profondamente mutata, le nuove generazioni osservavano i più vecchi come se fossero dei marziani, in aula loro non ci mettevano quasi piede, o giusto quei pochi minuti per registrare la firma di presenza, assillati com'erano dai compitini e dagli esami complementari da prepare al calduccio di casa. In meno di cinque anni, in accademia si suonavano le sirene e timbravano i cartellini. Allo stato attuale, trascorsi ormai dieci anni, la situazione è diventata quasi senza speranza, ma la responsabilità non è solo imputabile alla mancanza di midollo delle giovani schiere. Andrebbe piuttosto ripartita in terzi: un terzo all'istituzione che ha rinnegato gli scopi per i quali era sorta (insegnare il mestiere), un terzo alla cialtroneria di molti insegnanti che camuffano con le chiacchiere la loro impreparazione e infine, sì, l'ultimo terzo agli allievi. Un vecchio adagio dice "se non vuoi piedi sul collo non piegarti" e immaginatevi che questi vanno a scuola strisciando...

12/04/2008

La storiella del venerdì pesce




Mi sono tramutato in una grassa carpa, imbrattata di melma lacustre. E pensare che un tempo aspiravo ad essere un delfino, di tagliare il pelo dell'acqua scaldata dal sole e di vivere sfidando gli arpioni. Ad ogni bravo delfino tocca sempre in sorte d'aiutare qualche naufrago disperato, di caricarselo sulla groppa per trarlo in salvo. Ed ogni buon delfino è ripagato del suo stesso gesto per la sua buona azione, non certo per i pescetti limosinati in una vasca di dodici metri tra gli schiamazzi delle famigliole alla domenica! Sono nobili i delfini, intelligenti - dicono - quasi come gli uomini. Perciò, origliando tra i carrelli di un supermercato quando ancora ero d'aspetto umano, i propositi d'acquisto si congelavano davanti al banco del pesce, al suon della parola delfino.
-" E' tonno vero?" - Chiedevano le buone massaie raschiando conforto, come se i tonni potessero finire di buon grado fatti a tranci in mezzo al ghiaccio, o peggio, in scatola.
Invece adesso sono una carpa fangosa, pronta per finire nella pentola di un cuoco cecoslovacco, una specialità per palati robusti che non si turbano per un pò di merda sulla lingua.
Sono un uomo che leggendo Kafka s'è metamorfosato in una carpa..? Magari fosse stato un equivoco di natura o una passioncella letteraria!
-"E' colpa della vita..."- mi rimbrotta un grosso pescegatto (qualunquista) di passaggio.
Lo liquido con un occhiata.
Se sono diventato una carpa, invece penso, è perchè ho perso la voglia di comunicare sul pelo dell'onda, barattando il sole per un quartino di fango.
Fondo per fondo... e se diventassi un calamaro gigante?

Merdra! La mamma e il verme a sonagli

Rispolvero un vecchio componimento poetico dell'amico Tommaso Decarli che vi propongo qui sotto, accompagnato a delle mie immagini:





I
A.Balais, detto verme a sonagli: il fallito.
Lo vedo trascinarsi ogni giorno
lungo Corso Nizza, con il suo carico
di sciocche certezze da uomo tutto piscio e ottimismo.
L’insonnia e la noia lo portano spesso
a sragionare sopra i troppi bicchieri
vuotati solo per metà, dove come pesci morti
galleggiano scorze di limone.
Del mio amico A.Balais non ne rimane ormai un granché:
quattro ossa e pochi denti marci.
Un qualche accidente se lo sta divorando egregiamente.






II
Quel fiore alla finestra era l’unica luce contro il vetro gelido,
l’unico colore fra le grigie facciate
e il cielo bruno di pioggia.
Merdra!
Riprendo a dormire; il viso che affonda nei guanciali duri,
l’alito cattivo, lo stomaco che ancora sanguina.
Non sopporto nulla!
Alba o tramonto, doveri, educazione, cultura, storia, …
La mia insofferenza è ormai leggendaria,
temuta da tutti;
eppure, questa ostinata incapacità di mantenere qualsiasi rapporto
diverrà, col tempo, proverbiale.
A fatica raggiungo il bagno, infilando la testa
in un giorno troppo ambizioso per il mio umore
provato dall’ennesimo ricovero.
Da quando ho lasciato l’ospedale nulla è cambiato,
tutto precario e folle:
le ore scivolano lente nella nebbia del mattino,
il sole si alza sempre troppo presto,
la gente continua a morire: purtroppo, pare interessi a pochi.
Per nessuna cosa al mondo uscirò di casa.



III
Sotto ai miei occhi, in una tazza vuota, vedo
i fondi limacciosi del mio destino.
Mia madre si prestava volentieri
a simili esercizi di stupidità popolare,
leggendo per me sinistri presagi.
Ieri mia madre è morta:
l’ha portata via un boccone troppo pesante.
La sua misera saggezza e la sua prudenza
l’hanno seguita scalciando nella fossa.
Domani, di certo, sarò morto anch’io,
oggi, però, ho ancora un po’ di fiato in corpo
e mi permetto, impunito,
di ridere a denti stretti sulla sua tomba.

12/03/2008

Burroughs /L'uomo che insegnò al suo culo a parlare.




<< (...) Tutto 'sto parlare col culo aveva una specie di frequenza intestinale. Ti colpiva laggiù come se dovessi farla. Sai, no, quando il colon ti dà una gomitata e dentro senti freddo, e capisci che devi correre a farla? Be', ti colpiva proprio laggiù, un rumore come di bollicine, denso e stagnante, un rumore del quale sentivi l'odore. Quell'uomo lavorava in un luna park, capisci, e a prima vista sembrava il nuovo numero di un ventriloquo. Divertentissimo, tra l'altro, all'inizio. Il suo numero si chiamava il buco migliore, roba da urlo, giuro. L'ho quasi scordato del tutto ma non era male. Tipo... "Ehi, dico, sei ancora lì, vecchio mio?"."No! Dovevo andare di corpo!".

Dopo un pò il culo s'è messo a parlare da solo. Lui cominciava senza essersi preparato niente e il suo culo improvvisava e ogni volta rilanciva le battute. Poi gli sono spuntati degli uncini curvi che raspavano come denti e ha cominciato a mangiare. Lui all'inizio pensava che fosse una figata e ci ha costruito attorno il suo numero, ma il buco del culo si è mangiato i calzoni e ha cominciato a parlare per la strada, gridava che voleva la parità dei diritti. Si sbronzava pure e si prendeva certe sbornie tristi della madonna frignando che nessuno gli voleva bene e poi voleva essere baciato come qualsiasi altra bocca. Alla fine parlava sempre, giorno e notte, lo si sentiva a isolati di distanza, lui gli gridava di chiudere il becco, lo prendeva a pugni, ci ficcava dentro le candele, ma non serviva a un tubo e il buco del culo gli diceva: "Alla fine sarai tu a chiudere il becco, non io. Perchè non c'è più bisogno di te. Adesso posso parlare, mangiare e cagare".

Poi ha cominciato a svegliarsi al mattino con una gelatina trasparente simile alla coda di un girino sulla bocca. Gli scienziati lo chiamano T.n-D., Tessuto non-Differenziato, e può crescere ovunque nel corpo umano. Lui se la strappava dalla bocca, dei lembi gli rimaneva appiccicati alle mani come nafta che ha preso fuoco e lì cresceva, cresceva dappertutto finchè non ne cadeva qualche goccia. Così alla fine la bocca rimase completamente sigillata, e la testa si sarebbe staccata spontaneamente (lo sapevi che c'è una malattia in certe parti dell'Africa, e solo tra i neri, per effetto della quale il mignolo del piede si stacca spontaneamente?) a eccezione degli occhi. L'unica cosa che il buco del culo non poteva fare era vedere. Per farlo aveva bisogno degli occhi. Ma le connessioni nervose erano bloccate, infiltrate e atrofizzate così il cervello non riusciva più a impartire ordini. Era intrappolato nel cranio, sigillato. Per un pò dietro gli occhi si riusciva a vedere la silenziosa, disperata sofferenza del cervello, poi finalmente deve essere subentrata la morte cerebrale perchè gli occhi si sono spenti, e non erano più sensibili dell'occhio di un granchio in cima a una antenna.>>


(tratto da: "The naked Lunch /Il pasto nudo" di William S. Burroughs, 1959 - Ed. Adelphi)

Vivete lieti.



Dolzan "L'uomo che insegnò al suo culo a parlare (da W. Burroughs)"
cm180xcm165, acrilico su tela, 2006.


"Uno dei prototipi di Dio: un mutante ad alta potenzialità, neanche preso in considerazione per una produzione di massa. Troppo strano per vivere e troppo raro per morire."


Pensando allo scritto introduttivo per questa nuova mostra di Paolo Dolzan, la prima cosa che mi è venuta in mente è la sequenza di traslochi che l'artista ha affrontato in questi ultimi anni. Un particolare questo non irrilevante, se è vero che un luogo può influenzare il comportamento di un individuo, così come quest'ultimo, se dotato di forte personalità, finisce per rendere lo spazio in cui opera specchio fedele del proprio essere. Nell'ultimo lustro Dolzan ha allestito e smobilitato il proprio studio per ben tre volte. Prima il trasferimento in un bilocale vicino alle mura della città, preso in affitto da un matusa Macreone, al quale si accedeva arrampicandosi su una ripida scala che toglieva il respiro, una vera e propria salita al Calvario, soprattutto d'estate. La seconda volta, sempre in centro, a due passi dalla Torre dell'Aquila, in un interrato piuttosto umido e inospitale, simile ad una cripta, dove, come in precedenza, pericolosi scalini attendevano il visitatore desideroso di rompersi l'osso del collo. Infine, l'arrivo - forse l'ultima tappa? - in un vecchio mulino, da lui stesso poi restaurato, futuro teatro di chissà quali scorribande di questo paladino dell'inattuale.
Non si può certo dire che Dolzan sia afflitto da quella depressione di cui soffriva l'integerrimo capitano del Woyzeck di Buechner, al quale, osservando la ruota di un mulino, capitava di cadere in un'improvvisa e profonda malinconia.
Il tempo che passa non preoccupa né scalfisce l'originaria purezza della sua creatività e la sua arte si arricchisce, giorno dopo giorno, di nuovi aspetti, per questo è limitativo definire Dolzan un semplice pittore, egli è molto di più: scultura, installazioni, performance, cortometraggi, sono tutti territori da esplorare e, possibilmente, rinnovare. Un universo scoppiettante e irriverente il suo, capace di scuotere dalla base lo spirito annoiato di molti avventori del gusto contemporaneo, ormai assuefatti ad un'arte edonistica e autoreferenziale, che cerca invano di affermarsi utilizzando vacui giochi solipsistici. Quest'artista ama, al contrario, mostrarci l'intima bellezza del "bestiame della miseria", dello squallore quotidiano: un impiegato - o forse è meglio dire "impiagato"? - reso invalido dalla consuetudine, uno storpio permanente, schiavo dello stipendio e degli orari di lavoro, incollato ostinatamente alla propria sedia ergonomica; la nascita di un bambino, un evento di per sé lieto, rappresenta come uno spasmo di dolore atroce, condito da generosi effluvi repellenti;ed ancora: un uomo, preda di strane allucinazioni, ripreso in lieta conversazione con le proprie natiche. Nella crudezza di queste imagini non c'è, tuttavia, cattiveria o disprezzo verso quest'umanità; possiamo, anzi, ravvisare un fondo di pietà, di comprensione e persino d'affetto nei confronti di quanti, conoscendo l'esito scontato della battaglia (si tratta sempre di una sconfitta), hanno rinunciato a combattere, accettando in questo modo un destino di servilismo e rassegnazione. Esiste per queste creature la possibilità di un riscatto? Forse si. Ed è proprio l'artista che può loro concederla, sublimando con la propria opera il grigio sentire di questo gregge obbediente del nuovo millennio.

Gauguin intitolò uno dei suoi celebri dipinti "Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?". Di fronte al realismo disarmante delle opere di Dolzan, altre domande si pongono: "In che razza di mostro o lupo mannaro mi sto trasformando? Sono regredito allo stato di quadrupede selvaggio? Questo è solo un sogno o, risvegliatomi domani, sarò anch'io parte di questo incubo per troppo tempo ignorato?".

Il testo che accompagnava il catalogo della mostra di Hannover si chiudeva con un sentito augurio che, a distanza di un anno, mi sento di rinnovare, citando le parole di Rabelais: "Non può il mio cuore senza riso vivere e, innanzi al duolo che mina e estingue, meglio è di riso che di pianto scrivere, ché il riso l'uomo dall'animal distingue. VIVETE LIETI".


Tommaso Decarli (estratto dal catalogo della mostra presso la galleria Argo, 2006)

Il sudicio sudario


Dolzan, "Progresso", cm160xcm140, acrilico su tela, 2006


" Da un certo punto in poi non c'è più ritorno: è questo il punto da raggiungere".


Franz Kafka


Assisto, senza troppa meraviglia, ad una generosa agonia dell'arte, perpetrata da certi ammalati di protagonismo ottuso, giudici del buon gusto, dilettanti ignomignosi, che sentono nel loro cuore infartuato l'ardore creativo, il fuoco della schilleriana ispirazione divina, una sensazione che in realtà potrebbero scacciare con un antiacido o un buon digestivo. I prodotti di questo orribile delitto contro l'umanità me li ritrovo puntualmente, ogni giorno, sotto al naso, senza che io possa fare un granché per difendermi. Tuttavia non si deve giungere alla conclusione che il binomio arte-agonia sia, di per se stesso scomodo e si debba paventarlo quasi come un'invasione di turchi.

Paolo Dolzan, se si può parlare di esperienza personale, ha avuto in sorte la fortuna di trascorrere la prima infanzia in una casa che sorgeva non molto lontano da uno di quei luoghi ameni dove l'insano divertimento umano, voglio dire la sempiterna vocazione di noi occidentali allo sterminio, può avere la sua giusta soddisfazione: il mattatoio.

I francesi hanno un termine assai efficace per designare questi luoghi: "abbattoirs". Noi immaginiamo Paolo Dolzan, ancora fanciullo, bighellonare nei pressi del nostro abbatoir, respirando a pieni polmoni il fumo denso del sangue ed esaltandosi per gli orrendi grugniti che i poveri suini emettono nel momento del loro incontro, non troppo felice, con trenta centimetri di lama d'acciaio. Ci piace pensare che la formazione del giovane Dolzan sia iniziata proprio in questo modo curioso.

Un amante violento e premuroso, vorace, che ha un rapporto fisico, oltre la decenza, con la superficie pittorica: Paolo Dolzan dimostra verso l'arte la stessa pietà che una madre malvagia ha per i propri figli; nell'affrontare un nuovo lavoro, l'artista mette in scena un repertorio di pratiche talmente feroci da poter tenere testa a quelle del Marchese: inchiodata al muro, come nella migliore tradizione cristologica, la tela viene schiaffeggiata, graffiata, insultata: il colore applicato direttamente con le mani sporche, insudicia e degrada le forme prime, scaturite dalla graffite. Le figure larvali, che animano le tele dell'artista, son frutto di probabili coiti incestuosi, consumati in freddi scantinati alla luce di gelidi neon, sono uomini, donne, bambini, animali, ibridi immersi in un ambiente ostile e letale che hanno contribuito loro stessi a creare, carichi di colpe inespiabili ed immonde passioni.

E' questa l'umanità che affannosamente si agita intorno a Paolo Dolzan e che ormai da trent'anni alimenta la sua nausea verso coloro che l'autore definisce "ipocriti simulatori di buona volontà". L'ammirabile sfiducia verso tutto ciò che è al di fuori dal proprio lavoro spinge l'artista a prendere una chiara posizione rispetto all'anonima contemporaneità;: distruggere per non essere distrutto, dissacrare per esaltare, di contro la vita autentica, diventare l'unico uomo a possedere un occhio in una terra di ciechi.

L'arte per Dolzan è rituale di crudeltà (nell'accezione cara ad Artaud), un'arte che non ha certo bisogno di simboli per esplicarsi, la cruda e semplice realtà è infatti più che sufficiente.

Ogni opera terminata (se si può ancora mettere la parola fine ad un quadro), ogni foglio lacerato è l'ennesimo frammento del sudicio sudario che Paolo Dolzan va pazientemente tessendo per il nostro occidente, che da tempo ha ormai visto oscurarsi il sole e le stelle.

A Paolo Dolzan l'augurio di non perdere mai il suo insaziabile appetito.


Tommaso Decarli (estratto dal testo in catalogo "Walhalla", 2006)