12/07/2008

Una riflessione sulle Accademie (parte II)




La responsabilità di 1/3 alle istituzioni.


Le accademie, che a cavallo tra XVI e XVII secolo presero progressivamente il posto delle botteghe d'artista e che videro la loro piena affermazione ai primi dell'800, non producevano artisti - questo l'attuale equivoco - ma degli eccellenti esecutori tecnici. L'unica funzione era quella, cioè, di insegnare le tecniche di un mestiere e il fare "arte", pertanto, non era considerato ne una preoccupazione nè, tantomeno, una competenza richiesta. D'altra parte è impossibile negare che la "formazione accademica" giocasse un ruolo fondamentale nel futuro artistico di quanti se ne uscivano con il diploma. Così è stato per Picasso, per esempio, e per tanti altri artisti che potrei citare. Oggi forse i più ignorano la didattica di un tempo che richiedeva un'applicazione costante esercitata dal fare reiterato, sempre uguale e dunque monotono, ma necessario per accedere al livello successivo: dalla copia di stampe che raffiguravano orecchie, nasi, occhi si procedeva dunque alla sintesi della testa e via via dell'intero corpo, seguendo la stessa logica. Poi ci si poteva cimentare nella copia di gessi a grafite o carboncino, quindi di modelli viventi, e solo successivamente si spalancavano le porte sul colore e i suoi medium. I corsi complementari non esistevano, ma tutto quel "poco" che a questi esercizi era connesso, era fondamentale. Questa coercizione della libertà, questa irregimentazione della creatività nelle regole, questo costruire, implicava (pur tuttavia non legittimandola) la distruzione di ogni regola.


Oggi cosa è successo? Molto semplice, non esistendo la regola non esiste neppure la distruzione. L'antitesi non ha gambe per procedere, se non quelle della gratuità, del compromesso ruffiano, della formula commerciale del "belliricchifamosi" impartita più o meno in modo esplicito agli studenti, nel nome di un pensiero qualunquista che trova il suo motto ne "l'arte per tutti sì, ma senza fatica". I primi dilettanti sul campo li troviamo proprio tra le categorie dei maestri titolati, che suffragano la loro incompetenza in un mare di chiacchiere.

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