12/31/2008

Le Catacombe dei Cappuccini di Palermo




L'effetto di quelle gallerie vaste e semibuie, illuminate solo dall'alto, dalle pareti folte di quelle che a tutta prima potrebbero sembrare bizzarre sculture naturali, brune stalattiti polverose, è un effetto piranesiano. Casse da morto ammucchiate le une sulle altre, dal cui spioncino intravedi un volto spaventoso di mummia, spesso azzimato dai fronzoli di una moda defunta, file e file di scheletri irrigiditi in bruni sai, penduli come abiti usati nel tenebroso magazzino di una Morte rigattiera: ma questi stracci hanno un volto e quel volto, benchè scarnito, ingiallito dal tempo, obliterato da ogni segno di riconoscimento, non è mai lo stesso volto. Ecco quel che è terribile in questi teschi: alcuni stravolti dallo spasimo, altri atteggiati in un ghigno di gatto arrabbiato, quale subsannante, quale minaccioso, non due che siano la stessa anonima maschera di mortalità. Che cosa si proponevano questi uomini a lasciarsi seppellire così, con un cartello recante il loro nome, come malfattori impiccati, pirati appesi con le catene finchè gli avvoltoi e le intemperie li disgreghino? I volti degli imbalsamati sono più tremendi di quelli degli scheletri: paiono maschere di cera o di cartapesta, trofei di cacciatori di teste, informe poltiglia di volti essiccata.

(tratto da: Viaggio in Occidente di Mario Praz)


Le immagini sono tratte dal ciclo "Homines" (1995) di Fulvio De Pellegrin

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