12/03/2008

Il sudicio sudario


Dolzan, "Progresso", cm160xcm140, acrilico su tela, 2006


" Da un certo punto in poi non c'è più ritorno: è questo il punto da raggiungere".


Franz Kafka


Assisto, senza troppa meraviglia, ad una generosa agonia dell'arte, perpetrata da certi ammalati di protagonismo ottuso, giudici del buon gusto, dilettanti ignomignosi, che sentono nel loro cuore infartuato l'ardore creativo, il fuoco della schilleriana ispirazione divina, una sensazione che in realtà potrebbero scacciare con un antiacido o un buon digestivo. I prodotti di questo orribile delitto contro l'umanità me li ritrovo puntualmente, ogni giorno, sotto al naso, senza che io possa fare un granché per difendermi. Tuttavia non si deve giungere alla conclusione che il binomio arte-agonia sia, di per se stesso scomodo e si debba paventarlo quasi come un'invasione di turchi.

Paolo Dolzan, se si può parlare di esperienza personale, ha avuto in sorte la fortuna di trascorrere la prima infanzia in una casa che sorgeva non molto lontano da uno di quei luoghi ameni dove l'insano divertimento umano, voglio dire la sempiterna vocazione di noi occidentali allo sterminio, può avere la sua giusta soddisfazione: il mattatoio.

I francesi hanno un termine assai efficace per designare questi luoghi: "abbattoirs". Noi immaginiamo Paolo Dolzan, ancora fanciullo, bighellonare nei pressi del nostro abbatoir, respirando a pieni polmoni il fumo denso del sangue ed esaltandosi per gli orrendi grugniti che i poveri suini emettono nel momento del loro incontro, non troppo felice, con trenta centimetri di lama d'acciaio. Ci piace pensare che la formazione del giovane Dolzan sia iniziata proprio in questo modo curioso.

Un amante violento e premuroso, vorace, che ha un rapporto fisico, oltre la decenza, con la superficie pittorica: Paolo Dolzan dimostra verso l'arte la stessa pietà che una madre malvagia ha per i propri figli; nell'affrontare un nuovo lavoro, l'artista mette in scena un repertorio di pratiche talmente feroci da poter tenere testa a quelle del Marchese: inchiodata al muro, come nella migliore tradizione cristologica, la tela viene schiaffeggiata, graffiata, insultata: il colore applicato direttamente con le mani sporche, insudicia e degrada le forme prime, scaturite dalla graffite. Le figure larvali, che animano le tele dell'artista, son frutto di probabili coiti incestuosi, consumati in freddi scantinati alla luce di gelidi neon, sono uomini, donne, bambini, animali, ibridi immersi in un ambiente ostile e letale che hanno contribuito loro stessi a creare, carichi di colpe inespiabili ed immonde passioni.

E' questa l'umanità che affannosamente si agita intorno a Paolo Dolzan e che ormai da trent'anni alimenta la sua nausea verso coloro che l'autore definisce "ipocriti simulatori di buona volontà". L'ammirabile sfiducia verso tutto ciò che è al di fuori dal proprio lavoro spinge l'artista a prendere una chiara posizione rispetto all'anonima contemporaneità;: distruggere per non essere distrutto, dissacrare per esaltare, di contro la vita autentica, diventare l'unico uomo a possedere un occhio in una terra di ciechi.

L'arte per Dolzan è rituale di crudeltà (nell'accezione cara ad Artaud), un'arte che non ha certo bisogno di simboli per esplicarsi, la cruda e semplice realtà è infatti più che sufficiente.

Ogni opera terminata (se si può ancora mettere la parola fine ad un quadro), ogni foglio lacerato è l'ennesimo frammento del sudicio sudario che Paolo Dolzan va pazientemente tessendo per il nostro occidente, che da tempo ha ormai visto oscurarsi il sole e le stelle.

A Paolo Dolzan l'augurio di non perdere mai il suo insaziabile appetito.


Tommaso Decarli (estratto dal testo in catalogo "Walhalla", 2006)

1 commento:

Maurizio Spagna ha detto...

E MI PARVE
..la malinconica coscienza è dei poeti mentre il coraggio di vivere
è degli uomini..
il coraggio di descrivere un suicidio è nei poeti stessi o immaginari
mentre la voglia di sorridere, la voglia di continuare, la voglia di nascere per morire
è parte degli uomini
di buona volontà e di buona incoscienza..
Maurizio Spagna


E mi parve
il bianco lastricato
quel poco esitato
fu fatto schiaffo
di un gesto in confusione

e se fosse in me
di maggior rilevanza
la compagnia

mi fermerei ancora sul molo

a voltare il verso del mare
a vomitare
quei pallidi cenni d’incendio
e a venir fanciullezza
in un ciuffo di sole…
Spericolato in confidenza.

Ma il nero lastricato
quel tanto è tramontato
smorto
e in disordine
tacque dell’usuale
vestito distinto e socchiuso.

E mi parve
l’ondata indifferente
e tacqui per sempre
balbettando…
Un tuffo calato nella sera.


di Maurizio Spagna
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L’ideatore
paroliere, scrittore e poeta al leggìo-