12/31/2008

111 teste

Partiamo per un viaggio, procedendo per angusti corridoi sotterranei nelle stanze delle vergini e dei bambini, dei notabili, dei vescovi e dei professori. Accatastati uno sull’altro su tavolacci e scaffali, stipati nelle nicchie, agghindati di tutto punto secondo la moda dell’epoca. Cartelli consunti pendono dai loro colli, archiviando il momento di ciascuna dipartita. Una serie di buchi tarlati che un tempo ospitavano gli occhi, perimetri di carne frollata e cascante, crocchie di capelli ritorti come fili di ferro aggrumati in un viso congelato in una parafrasi della vita atroce e ghignante, fotografano l’anima reattiva del nostro desiderio d’eternità.
Tutto questo ha avuto inizio in tempi lontani, correva l’anno 1585 quando nel convento dei Cappuccini di Palermo fu mummificato il primo frate beatificato. Da quel giorno, sino all’approssimarsi del xx secolo, circa 8000 persone hanno trovato rifugio in queste catacombe. Fu forse il timore di non meritare la vita eterna, d’esser giudicati rei e impuri nel Giorno del Giudizio che li spinse a tanto?
Di questa alternativa a basso costo, dovevano certo essere taciute le pratiche alchemiche e scientifiche: tutto avveniva nel “colatoio”, il luogo nel quale il cadavere era riposto per circa sei mesi perché si svuotasse delle proprie interiora e liquidi, tra miasmi indicibili. Ciò che restava, al pari di una fetida sacca vuota, veniva riempito di paglia, ricucito e quindi meticolosamente abbigliato, perché l’uomo denudato è privato della propria storia e del tempo. Il risultato finale di questo osceno imbellettamento appare simile a quello toccato in sorte ai poveri animali che i nostri occhi curiosi osservano al museo di scienze naturali, oppure a quei fantocci che i bambini ancora oggi applaudono al gran teatro dei burattini.
Forse la fede, professata più per abitudine che per convinzione, crollò alla vista della falce e subentrò il pensiero pragmatico di salvare se non proprio l’anima, almeno il corpo, anche se violato e ricomposto come un simulacro.
Che si tratti di isolati rigurgiti di un paganesimo assimilato e mal digerito, di semplice feticismo religioso popolare o di un gigantesco esorcismo, questo luogo resta la più evidente testimonianza di un destino fatale rifiutato fino all’ultimo battito di cuore nelle stratificazioni dei secoli, dagli uomini.
Non ci si abitua all’idea ed è improbabile rassegnarsi. Facile che il pensiero della morte, a furia di battere tra le tempie, divenga invece un’ossessione.
(Dolzan, tratto dal ciclo 111 Teste: monotipi su carta, cm20x30, 2000-2004)

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