10/15/2008

DOLZAN, RABBIA VIVA -Intervista di Orietta Berlanda





















(Estratto da: WorkArt - in progress N.20, Galleria Civica di Trento)

Nelle tue tele la razionalità abdica a favore della forza propulsiva e vitalistica della pura visione. Come ti approcci ai tuoi quadri?


Prima di aprire con un gesto il lavoro, rompendo l'equilibrio di una superficie bianca, mi sgombro la testa dai pensieri e spesso mi servo della rabbia, del gesto compulsivo e incontrollato. Ricostruire un equilibrio, composto di forme e colori, constatare che a fronte degli aggiustamenti e degli imprevisti la mia parte razionale si mostra con tutto il suo ingombro, mi fa stare bene. Vivo uno stato di meraviglia contemplando il risultato finale che è la somma di addizioni sorte nel fare e quasi il rovescio di ogni risultato pre-pensato. Il segno gestuale caratterizza tutta la tua produzione.


Dal punto di vista dei contenuti, qual è il filo rosso che unisce i temi da te prediletti, da quelli più viscerali a quelli riferiti alla mitologia?

Il contenuto dei quadri è il riflesso del fare, la chiave d'accensione che mi spinge nel lavoro: un misto di rabbia, disagio e disapprovazione che non può prescindere dalla mia formazione culturale, artistica e (a)morale. Ritengo che l'artista, al di là delle delimitazioni storiche, si sia sempre posto ai margini di un discorso sociale, poiché interpreto questo lavoro come una pratica sovversiva che delegittima ogni autorità all'infuori di quella creativa: quella religiosa, quella politica e tutto ciò che si è conficcato nel mezzo.

Credi che la rinuncia alla forma “esteticamente corretta”, nel senso del gusto del mainstream, rispecchi una rabbia generalizzata nei confronti del presente? Onestamente non mi interesso del gusto corrente. Non riesco neppure a concepire questo stato di “rabbia generalizzata” alla quale ti riferisci – magari ci fosse – constato solo un dilagante e ipocrita conformismo. Una ricerca artistica prostituita agli interessi economici, alle false provocazioni, all'apparire piuttosto che all'essere. Per come la penso, l'artista andrebbe disintossicato dalla dipendenza istituzionale e di molto ridimensionato il ruolo della critica e dei curatori che si sentono investiti di una missione impossibile: fare cultura. Anche se genuina, questa preoccupazione si rivela inutile. Sarà compito delle generazioni future valutare il nostro contributo che solo sedimentato e filtrato dal tempo potrà essere considerato quale apporto culturale.

Ultimamente hai trasposto il tuo stile graffiante in figure umane in cartone a tre dimensioni. Come sei passato dalla superficie allo spazio? Questo “spostamento” è avvenuto in realtà da alcuni anni, per approfondire aspetti relativi alla nostra percezione visiva. Avvertivo la necessità di verificare alcune soluzioni formali nel campo dello studio della testa che è la periferica più difficile da imbrigliare. Le prime sculture che risalgono a circa cinque anni fa erano in gesso, poi sono passato al cartone, un materiale che mi attrae per la sua versatilità. Facevano da complemento ad una serie di studi a monotipo. Aveva ragione Picasso: la scultura è il miglior commento che un pittore possa fare alla propria opera.

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