12/31/2008

111 teste

Partiamo per un viaggio, procedendo per angusti corridoi sotterranei nelle stanze delle vergini e dei bambini, dei notabili, dei vescovi e dei professori. Accatastati uno sull’altro su tavolacci e scaffali, stipati nelle nicchie, agghindati di tutto punto secondo la moda dell’epoca. Cartelli consunti pendono dai loro colli, archiviando il momento di ciascuna dipartita. Una serie di buchi tarlati che un tempo ospitavano gli occhi, perimetri di carne frollata e cascante, crocchie di capelli ritorti come fili di ferro aggrumati in un viso congelato in una parafrasi della vita atroce e ghignante, fotografano l’anima reattiva del nostro desiderio d’eternità.
Tutto questo ha avuto inizio in tempi lontani, correva l’anno 1585 quando nel convento dei Cappuccini di Palermo fu mummificato il primo frate beatificato. Da quel giorno, sino all’approssimarsi del xx secolo, circa 8000 persone hanno trovato rifugio in queste catacombe. Fu forse il timore di non meritare la vita eterna, d’esser giudicati rei e impuri nel Giorno del Giudizio che li spinse a tanto?
Di questa alternativa a basso costo, dovevano certo essere taciute le pratiche alchemiche e scientifiche: tutto avveniva nel “colatoio”, il luogo nel quale il cadavere era riposto per circa sei mesi perché si svuotasse delle proprie interiora e liquidi, tra miasmi indicibili. Ciò che restava, al pari di una fetida sacca vuota, veniva riempito di paglia, ricucito e quindi meticolosamente abbigliato, perché l’uomo denudato è privato della propria storia e del tempo. Il risultato finale di questo osceno imbellettamento appare simile a quello toccato in sorte ai poveri animali che i nostri occhi curiosi osservano al museo di scienze naturali, oppure a quei fantocci che i bambini ancora oggi applaudono al gran teatro dei burattini.
Forse la fede, professata più per abitudine che per convinzione, crollò alla vista della falce e subentrò il pensiero pragmatico di salvare se non proprio l’anima, almeno il corpo, anche se violato e ricomposto come un simulacro.
Che si tratti di isolati rigurgiti di un paganesimo assimilato e mal digerito, di semplice feticismo religioso popolare o di un gigantesco esorcismo, questo luogo resta la più evidente testimonianza di un destino fatale rifiutato fino all’ultimo battito di cuore nelle stratificazioni dei secoli, dagli uomini.
Non ci si abitua all’idea ed è improbabile rassegnarsi. Facile che il pensiero della morte, a furia di battere tra le tempie, divenga invece un’ossessione.
(Dolzan, tratto dal ciclo 111 Teste: monotipi su carta, cm20x30, 2000-2004)

Le Catacombe dei Cappuccini di Palermo




L'effetto di quelle gallerie vaste e semibuie, illuminate solo dall'alto, dalle pareti folte di quelle che a tutta prima potrebbero sembrare bizzarre sculture naturali, brune stalattiti polverose, è un effetto piranesiano. Casse da morto ammucchiate le une sulle altre, dal cui spioncino intravedi un volto spaventoso di mummia, spesso azzimato dai fronzoli di una moda defunta, file e file di scheletri irrigiditi in bruni sai, penduli come abiti usati nel tenebroso magazzino di una Morte rigattiera: ma questi stracci hanno un volto e quel volto, benchè scarnito, ingiallito dal tempo, obliterato da ogni segno di riconoscimento, non è mai lo stesso volto. Ecco quel che è terribile in questi teschi: alcuni stravolti dallo spasimo, altri atteggiati in un ghigno di gatto arrabbiato, quale subsannante, quale minaccioso, non due che siano la stessa anonima maschera di mortalità. Che cosa si proponevano questi uomini a lasciarsi seppellire così, con un cartello recante il loro nome, come malfattori impiccati, pirati appesi con le catene finchè gli avvoltoi e le intemperie li disgreghino? I volti degli imbalsamati sono più tremendi di quelli degli scheletri: paiono maschere di cera o di cartapesta, trofei di cacciatori di teste, informe poltiglia di volti essiccata.

(tratto da: Viaggio in Occidente di Mario Praz)


Le immagini sono tratte dal ciclo "Homines" (1995) di Fulvio De Pellegrin

12/24/2008

Babbo a Natale e Babbonatale




(Natale con le toppe)

Ennesimo natale di una famigliola sul lastrico. L'unico figlioletto sui sei anni, vestito di una vecchia tuta blu rammendata con toppe marroni sui ginocchi, è accovacciato sotto l'albero addobbato a noccioline e mandarini come ai vecchi tempi. Scaldato dall'abbraccio materno e sotto l'occhio assopito del padre, scarta l'unico modesto pacco infiocchettato alla ben 'e meglio. Il suo viso in sollucchero assume una tonalità violacea, allorché tra le mani contempla la delusione dei mille desideri covati in un anno e lì svaniti.
"Ma questo è il trenino che avevo perso..." piagnucola tra sé.
"E adesso lo hai ritrovato! " Lo rimbrotta tosto il padre.
" Volevo la Playstation! " Il piccolo cede alla delusione e parla tirando sù col naso.
" Se Babbo Natale non te l'ha portata significa che hai qualcosa da farti perdonare, birbone... Ti ci voleva il carbone, te lo dico io... troppo buono!" il papino rincara la dose.
Questa scena dolorosa è osservata alla distanza di due passi dalla madre, che non sa se trattenersi, apparendo tra penne e piume in veste di chioccia, oppure sparecchiare la tavola come diversivo alla rabbia covata nella solitudine di un compagno senza lavoro e ubriacone.
Il pupetto continua a frignare. Il padre sbraita, scolandosi il fondino della bottiglia di spumante da quattro soldi sulla tavola. La delusione del figlio si affastella nello sgabuzzino della sua coscienza sporca di uomo inetto. L'ultimo lavoro di una lunga lista se n'è andato per il suo indulgere in quel porco peccatuccio alcolico, la moglie si trascura sciabattando tra una telenovela e i fornelli e ha perduto la voglia di scopare alla selvaggia, come piaceva fare a lui... Bella vita davvero, porco mondo tondo!
" Se continui a piangere, Babbo Natale arriva e si porta via anche il trenino! Vattene a dormire ingrato! Lo avessi avuto io il tuo trenino, porca troia! "
Il pianto del moccioso moccoloso è un crescendo da Bolero di Ravél, interviene la madre pennuta, lo copre di baci molli che lo conducono uno scalino alla volta, sotto le coperte fredde di una stanza riscaldata a singhiozzo.
Il padre nella notte di natale è sprofondato di un metro nella sua poltrona a quadrettoni, bevendo birra e prendendosela con quella merda di televisione e di ricorrenza che se fosse un giorno normale a quest'ora ci sarebbero già gli spogliarelli. La moglie si corica attraversando il salotto e senza augurargli la buonanotte.
Fuori dalla finestra la notte ghiacciata splende di stelle, la neve in giardino è da spalare.
"Anche questo natale è passato, cazzo." Mogugna tra sé il babbo, stappandosi l'ennesima birra.
Il flop! del tappo e la birra che sale veloce sul collo della bottiglia, la stessa scena si consuma sotto gli sguardi sconcertati degli elfi e della integerrima buona renna Rudolph, restìa a rendere la cotenna. Babbo Natale stravaccato nella sua sedia a dondolo, al tepore di una buona fiammata di legna messa a stagionare, davanti alla tivvù, aspetta gli spogliarelli. La sua mano sfrega insistentemente la patta dei suoi calzoni lanosi. Il buon brontolone si abbandona a desideri lascivi, cullato dalle filastrocche di bambine non proprio in erba, cantate tra le tempie imbiancate. Quand'ecco che l'antennone installato di recente fa le bizze e gli appare l'immagine lacrimevole d'un marmocchio scrivente:
" Caro Babbo Natale, il trenino ce l'avevo già...blablabla..."
Interdetto e interrotto, al benemerito barbuto gli và in mosto il sangue:
" Porcaccia maledetta! Elfo di merda, ce lo siamo dimenticati il poveraccio... è colpa tua! Si ha da aggiustare questa cosa... sella la renna!"
Babbo e la sua squadra partono in quel della casupola dell'inconsolabile bimbino.
Atterrata la combriccola sul tetto, assistiamo alla scena di un culone vellutato rosso che a fatica passa dallo stretto comignolo e casca infine, con un tonfo sordo tra piatti e pentole della cucina del nostro capofamiglia, ormai assopito e immerso in sogni erotici, di enormi tette coronati da succosi capezzoli all'aroma di luppolo. Il trambusto desta il fallito di soprassalto e la scena che da qui si svolge consumatela, ve ne prego, assaporandola ben bene, quasi fosse al rallentatore:

babbo Vs Babbo - Mortal Kombat - final round


Il babbo si avvicina tra urla e insulti che intimidiscono lo sprovveduto Babbo che nel soffio di un minuto, si ritrova pancia all'aria e una caviglia slogata, ad annaspare sul pavimento. Il babbo fuori di sé brandisce un batticarne. I colpi violenti fendono l'aria, coperti dagli improperi disarticolati, blasfemi e immondi, di una rabbia troppo a lungo repressa. I denti scricchiolano sotto le botte spianate e decise, salta il setto nasale, un occhio quasi esce dall'orbita, la barba candida s'intride di sangue, la buona ciccia rimpinzata di doni amorevoli è frollata dalle pestate violente e quasi pronta per il ragù. Lo sfintere si allenta liberando il contenuto degli intestini. Merda e sangue colano come decorazioni dai muri allargandosi sul pavimento. E' finita, ce lo siam tolto dai coglioni una volta per tutte, il prosciuga tredicesime, l'assembra parenti, il tacchino bruciato, il segna posto numerato e le candele, le tiritere e le favole... che se credi alle favole a questo mondo, sei fottuto.

Natale -1


12/23/2008

natale -2


12/22/2008

Natale -3


12/21/2008

12/19/2008

Natale -6



I giorni passano e Babbo si avvicina... tremate gente!

12/16/2008

Another Christmas, Dolzan!






Scende la neve e siamo tutti più buoni... così, giocoforza, faccio del mio meglio per adeguarmi al clima natalizio...

La D&D/trash film production è lieta di annunciare l'imminente uscita del sequel di "Dolzan before Christmas", prossimamente a spizzichi e bocconi, su questo blog.


12/09/2008

Alexander Trocchi e il Sigma Project




Alexander Trocchi è lo scrittore di origini scozzesi e parigino d'adozione, autore di due soli romanzi ("Giovane Adamo" e "Il libro di Caino"), ma di molti racconti pornografici - per lo più anonimi - editati dalla Olympia Press. Figura liquidata della Beat Generation, (fece scandalo la sua pera di eroina in diretta tv, nel corso di un' intervista a New York), aveva un sogno che restò nel cassetto: il Sigma Project, ossia, la creazione di una libera accademia delle arti e del pensiero, sviluppando le idee maturate dal Situazionismo francese.

In soldoni, l'idea consisteva nel creare uno spazio autonomo finalizzato all'insegnamento e all'apprendimento e che spaziasse, per fare un esempio, dalla fisica, all'arte, all'agricoltura...e chi più ne ha ne metta. Cosa avrebbe implicato la creazione di una simile università? La risposta è intuibile: lo smantellamento di ogni irrigimentazione culturale, l'imprevedibilità delle scelte future nel successivo sbocco lavorativo, l'incapacità di prevedere (dunque incanalare nelle categorie professionali/culturali) e controllare il cittadino, la liberazione della conoscenza da ogni logica di rendimento remunerativo. Insomma, il programma di una scuola come andrebbe fatta, oltre le logiche della valutazione, demandando la specializzazione al lavoro e preoccupandosi solo dell'elaborazione di concetti utili se sedimentati e verificati nel lungo passo della vita.
L'esperimento Trocchi fallì miseramente, ma dalle scarse informazioni reperibili, le responsabilità non furono attribuibili allo scrittore, quanto piuttosto all'ostacolo cavilgovernativo che nella mutilazione di qualche suo tentacolo non aveva certo nulla da guadagnare.

Anche oggi, le alternative per cambiare lo stato di degrado quotidiano ci sono, a volte irrancidite nel chiuso dei cassetti dei buoni propositi. Però, chissà com'è, i cambiamenti radicali e positivi provengono sempre e solo da una voce, quella del cittadino ( del popolo) e mai dal mondo politico, o da quello similmente schierato dei forti, che avrebbe i mezzi e gli strumenti per mutare le cose.

12/07/2008

Una riflessione sulle Accademie (parte III)



1/3 ai maestri e 1/3 agli allievi:

Ripartiamo dalla "gratuità" che in poche parole implica i nani sulle spalle dei giganti. Il senza fatica della trovatina che si può tradurre socialmente a tutto campo, come quando guardiamo un ragazzotto al volante del suo Suv, cagato sangue nella fatica del papi, ma non sua... Eh, sì porco mondo, lavorare stanca! Lo diceva pure Pinocchio coi sacchi di calcina... Questo è accaduto anche nel mondo accademico, il lavoro sporco lo hanno fatto i nostri nonni. Il mondo dell'insegnamento conta di un esercito notevole di storpi, malandati (ma il danno è autoinflitto) dal qualunquismo e dalla pigrizia. il macchè 'cce frega, ma che 'cc'emporta dell'oste, del vino e pure dell'acqua. L'importante è non sudare, non smuovere le solide certezze artistiche cucite su misura. La differenza tra Duchamp e Cattelan, per esempio? E' quella del Suv...
Il branco di docenti ebeti dietro una cattedra insegnano ai giovani come comportarsi in società, come compilare un versamento per prenotare una pagina sulla rivista più in, la visibilità, il pompino con la bocca e col culo.
Questo è l'insegnamento dei mediocri arruolati a puntino per massacrare il dono più grande che da qualche dio impazzito è stato fatto all'umanità: CREARE. E qui ritornano in gioco le istituzioni, braccio del potere concertato che sorride quando il popolo è umiliato su un inginocchiatoio, perchè la falsa conoscenza mortifica più dell'ignoranza.
Che volete che vi dica al capitolo "allievi". Sono dei poveracci allattati del latte purulento di una malaeducazione e che dovrebbero sputare in faccia ai loro padri per trovare un crocicchio che li porti a sinistra o a destra, non importa dove, certo sulla strada della riabilitazione.

Una riflessione sulle Accademie (parte II)




La responsabilità di 1/3 alle istituzioni.


Le accademie, che a cavallo tra XVI e XVII secolo presero progressivamente il posto delle botteghe d'artista e che videro la loro piena affermazione ai primi dell'800, non producevano artisti - questo l'attuale equivoco - ma degli eccellenti esecutori tecnici. L'unica funzione era quella, cioè, di insegnare le tecniche di un mestiere e il fare "arte", pertanto, non era considerato ne una preoccupazione nè, tantomeno, una competenza richiesta. D'altra parte è impossibile negare che la "formazione accademica" giocasse un ruolo fondamentale nel futuro artistico di quanti se ne uscivano con il diploma. Così è stato per Picasso, per esempio, e per tanti altri artisti che potrei citare. Oggi forse i più ignorano la didattica di un tempo che richiedeva un'applicazione costante esercitata dal fare reiterato, sempre uguale e dunque monotono, ma necessario per accedere al livello successivo: dalla copia di stampe che raffiguravano orecchie, nasi, occhi si procedeva dunque alla sintesi della testa e via via dell'intero corpo, seguendo la stessa logica. Poi ci si poteva cimentare nella copia di gessi a grafite o carboncino, quindi di modelli viventi, e solo successivamente si spalancavano le porte sul colore e i suoi medium. I corsi complementari non esistevano, ma tutto quel "poco" che a questi esercizi era connesso, era fondamentale. Questa coercizione della libertà, questa irregimentazione della creatività nelle regole, questo costruire, implicava (pur tuttavia non legittimandola) la distruzione di ogni regola.


Oggi cosa è successo? Molto semplice, non esistendo la regola non esiste neppure la distruzione. L'antitesi non ha gambe per procedere, se non quelle della gratuità, del compromesso ruffiano, della formula commerciale del "belliricchifamosi" impartita più o meno in modo esplicito agli studenti, nel nome di un pensiero qualunquista che trova il suo motto ne "l'arte per tutti sì, ma senza fatica". I primi dilettanti sul campo li troviamo proprio tra le categorie dei maestri titolati, che suffragano la loro incompetenza in un mare di chiacchiere.

Una riflessione sulle Accademie (parte I)



Accademia e Gallerie a Venezia


E' indubitabile che anche nel mondo accademico l'aria che si respira, curiosando tra le aule dei tanti studenti indaffarati, sia stantìa e l'atmosfera deprimente. Ricordando i primi anni della mia formazione presso le Belle Arti di Venezia, le impressioni più forti le ricevetti osservando gli atteggiamenti (talvolta arroganti) dei ragazzi che frequentavono gli ultimi anni di corso. Pasteggiavano, si ubriacavano e dipingevano attardandosi anche fino a tarda notte, trattando in malo modo custodi e bidelli che annunciavano la chiusura dei laboratori. Ma c'era in loro una sorta di sacrosanta rivendicazione per quello che facevano, giusto o sbagliato che fosse, perchè dipingere non è come lavorare in fabbrica, non smonti al turno di lavoro quando suonano le sirene. Inutile dire che feci tesoro di questa esperienza, comportandomi anch'io di conseguenza. Prossimo al diploma, la scena scolastica era profondamente mutata, le nuove generazioni osservavano i più vecchi come se fossero dei marziani, in aula loro non ci mettevano quasi piede, o giusto quei pochi minuti per registrare la firma di presenza, assillati com'erano dai compitini e dagli esami complementari da prepare al calduccio di casa. In meno di cinque anni, in accademia si suonavano le sirene e timbravano i cartellini. Allo stato attuale, trascorsi ormai dieci anni, la situazione è diventata quasi senza speranza, ma la responsabilità non è solo imputabile alla mancanza di midollo delle giovani schiere. Andrebbe piuttosto ripartita in terzi: un terzo all'istituzione che ha rinnegato gli scopi per i quali era sorta (insegnare il mestiere), un terzo alla cialtroneria di molti insegnanti che camuffano con le chiacchiere la loro impreparazione e infine, sì, l'ultimo terzo agli allievi. Un vecchio adagio dice "se non vuoi piedi sul collo non piegarti" e immaginatevi che questi vanno a scuola strisciando...

12/04/2008

La storiella del venerdì pesce




Mi sono tramutato in una grassa carpa, imbrattata di melma lacustre. E pensare che un tempo aspiravo ad essere un delfino, di tagliare il pelo dell'acqua scaldata dal sole e di vivere sfidando gli arpioni. Ad ogni bravo delfino tocca sempre in sorte d'aiutare qualche naufrago disperato, di caricarselo sulla groppa per trarlo in salvo. Ed ogni buon delfino è ripagato del suo stesso gesto per la sua buona azione, non certo per i pescetti limosinati in una vasca di dodici metri tra gli schiamazzi delle famigliole alla domenica! Sono nobili i delfini, intelligenti - dicono - quasi come gli uomini. Perciò, origliando tra i carrelli di un supermercato quando ancora ero d'aspetto umano, i propositi d'acquisto si congelavano davanti al banco del pesce, al suon della parola delfino.
-" E' tonno vero?" - Chiedevano le buone massaie raschiando conforto, come se i tonni potessero finire di buon grado fatti a tranci in mezzo al ghiaccio, o peggio, in scatola.
Invece adesso sono una carpa fangosa, pronta per finire nella pentola di un cuoco cecoslovacco, una specialità per palati robusti che non si turbano per un pò di merda sulla lingua.
Sono un uomo che leggendo Kafka s'è metamorfosato in una carpa..? Magari fosse stato un equivoco di natura o una passioncella letteraria!
-"E' colpa della vita..."- mi rimbrotta un grosso pescegatto (qualunquista) di passaggio.
Lo liquido con un occhiata.
Se sono diventato una carpa, invece penso, è perchè ho perso la voglia di comunicare sul pelo dell'onda, barattando il sole per un quartino di fango.
Fondo per fondo... e se diventassi un calamaro gigante?

Merdra! La mamma e il verme a sonagli

Rispolvero un vecchio componimento poetico dell'amico Tommaso Decarli che vi propongo qui sotto, accompagnato a delle mie immagini:





I
A.Balais, detto verme a sonagli: il fallito.
Lo vedo trascinarsi ogni giorno
lungo Corso Nizza, con il suo carico
di sciocche certezze da uomo tutto piscio e ottimismo.
L’insonnia e la noia lo portano spesso
a sragionare sopra i troppi bicchieri
vuotati solo per metà, dove come pesci morti
galleggiano scorze di limone.
Del mio amico A.Balais non ne rimane ormai un granché:
quattro ossa e pochi denti marci.
Un qualche accidente se lo sta divorando egregiamente.






II
Quel fiore alla finestra era l’unica luce contro il vetro gelido,
l’unico colore fra le grigie facciate
e il cielo bruno di pioggia.
Merdra!
Riprendo a dormire; il viso che affonda nei guanciali duri,
l’alito cattivo, lo stomaco che ancora sanguina.
Non sopporto nulla!
Alba o tramonto, doveri, educazione, cultura, storia, …
La mia insofferenza è ormai leggendaria,
temuta da tutti;
eppure, questa ostinata incapacità di mantenere qualsiasi rapporto
diverrà, col tempo, proverbiale.
A fatica raggiungo il bagno, infilando la testa
in un giorno troppo ambizioso per il mio umore
provato dall’ennesimo ricovero.
Da quando ho lasciato l’ospedale nulla è cambiato,
tutto precario e folle:
le ore scivolano lente nella nebbia del mattino,
il sole si alza sempre troppo presto,
la gente continua a morire: purtroppo, pare interessi a pochi.
Per nessuna cosa al mondo uscirò di casa.



III
Sotto ai miei occhi, in una tazza vuota, vedo
i fondi limacciosi del mio destino.
Mia madre si prestava volentieri
a simili esercizi di stupidità popolare,
leggendo per me sinistri presagi.
Ieri mia madre è morta:
l’ha portata via un boccone troppo pesante.
La sua misera saggezza e la sua prudenza
l’hanno seguita scalciando nella fossa.
Domani, di certo, sarò morto anch’io,
oggi, però, ho ancora un po’ di fiato in corpo
e mi permetto, impunito,
di ridere a denti stretti sulla sua tomba.

12/03/2008

Burroughs /L'uomo che insegnò al suo culo a parlare.




<< (...) Tutto 'sto parlare col culo aveva una specie di frequenza intestinale. Ti colpiva laggiù come se dovessi farla. Sai, no, quando il colon ti dà una gomitata e dentro senti freddo, e capisci che devi correre a farla? Be', ti colpiva proprio laggiù, un rumore come di bollicine, denso e stagnante, un rumore del quale sentivi l'odore. Quell'uomo lavorava in un luna park, capisci, e a prima vista sembrava il nuovo numero di un ventriloquo. Divertentissimo, tra l'altro, all'inizio. Il suo numero si chiamava il buco migliore, roba da urlo, giuro. L'ho quasi scordato del tutto ma non era male. Tipo... "Ehi, dico, sei ancora lì, vecchio mio?"."No! Dovevo andare di corpo!".

Dopo un pò il culo s'è messo a parlare da solo. Lui cominciava senza essersi preparato niente e il suo culo improvvisava e ogni volta rilanciva le battute. Poi gli sono spuntati degli uncini curvi che raspavano come denti e ha cominciato a mangiare. Lui all'inizio pensava che fosse una figata e ci ha costruito attorno il suo numero, ma il buco del culo si è mangiato i calzoni e ha cominciato a parlare per la strada, gridava che voleva la parità dei diritti. Si sbronzava pure e si prendeva certe sbornie tristi della madonna frignando che nessuno gli voleva bene e poi voleva essere baciato come qualsiasi altra bocca. Alla fine parlava sempre, giorno e notte, lo si sentiva a isolati di distanza, lui gli gridava di chiudere il becco, lo prendeva a pugni, ci ficcava dentro le candele, ma non serviva a un tubo e il buco del culo gli diceva: "Alla fine sarai tu a chiudere il becco, non io. Perchè non c'è più bisogno di te. Adesso posso parlare, mangiare e cagare".

Poi ha cominciato a svegliarsi al mattino con una gelatina trasparente simile alla coda di un girino sulla bocca. Gli scienziati lo chiamano T.n-D., Tessuto non-Differenziato, e può crescere ovunque nel corpo umano. Lui se la strappava dalla bocca, dei lembi gli rimaneva appiccicati alle mani come nafta che ha preso fuoco e lì cresceva, cresceva dappertutto finchè non ne cadeva qualche goccia. Così alla fine la bocca rimase completamente sigillata, e la testa si sarebbe staccata spontaneamente (lo sapevi che c'è una malattia in certe parti dell'Africa, e solo tra i neri, per effetto della quale il mignolo del piede si stacca spontaneamente?) a eccezione degli occhi. L'unica cosa che il buco del culo non poteva fare era vedere. Per farlo aveva bisogno degli occhi. Ma le connessioni nervose erano bloccate, infiltrate e atrofizzate così il cervello non riusciva più a impartire ordini. Era intrappolato nel cranio, sigillato. Per un pò dietro gli occhi si riusciva a vedere la silenziosa, disperata sofferenza del cervello, poi finalmente deve essere subentrata la morte cerebrale perchè gli occhi si sono spenti, e non erano più sensibili dell'occhio di un granchio in cima a una antenna.>>


(tratto da: "The naked Lunch /Il pasto nudo" di William S. Burroughs, 1959 - Ed. Adelphi)

Vivete lieti.



Dolzan "L'uomo che insegnò al suo culo a parlare (da W. Burroughs)"
cm180xcm165, acrilico su tela, 2006.


"Uno dei prototipi di Dio: un mutante ad alta potenzialità, neanche preso in considerazione per una produzione di massa. Troppo strano per vivere e troppo raro per morire."


Pensando allo scritto introduttivo per questa nuova mostra di Paolo Dolzan, la prima cosa che mi è venuta in mente è la sequenza di traslochi che l'artista ha affrontato in questi ultimi anni. Un particolare questo non irrilevante, se è vero che un luogo può influenzare il comportamento di un individuo, così come quest'ultimo, se dotato di forte personalità, finisce per rendere lo spazio in cui opera specchio fedele del proprio essere. Nell'ultimo lustro Dolzan ha allestito e smobilitato il proprio studio per ben tre volte. Prima il trasferimento in un bilocale vicino alle mura della città, preso in affitto da un matusa Macreone, al quale si accedeva arrampicandosi su una ripida scala che toglieva il respiro, una vera e propria salita al Calvario, soprattutto d'estate. La seconda volta, sempre in centro, a due passi dalla Torre dell'Aquila, in un interrato piuttosto umido e inospitale, simile ad una cripta, dove, come in precedenza, pericolosi scalini attendevano il visitatore desideroso di rompersi l'osso del collo. Infine, l'arrivo - forse l'ultima tappa? - in un vecchio mulino, da lui stesso poi restaurato, futuro teatro di chissà quali scorribande di questo paladino dell'inattuale.
Non si può certo dire che Dolzan sia afflitto da quella depressione di cui soffriva l'integerrimo capitano del Woyzeck di Buechner, al quale, osservando la ruota di un mulino, capitava di cadere in un'improvvisa e profonda malinconia.
Il tempo che passa non preoccupa né scalfisce l'originaria purezza della sua creatività e la sua arte si arricchisce, giorno dopo giorno, di nuovi aspetti, per questo è limitativo definire Dolzan un semplice pittore, egli è molto di più: scultura, installazioni, performance, cortometraggi, sono tutti territori da esplorare e, possibilmente, rinnovare. Un universo scoppiettante e irriverente il suo, capace di scuotere dalla base lo spirito annoiato di molti avventori del gusto contemporaneo, ormai assuefatti ad un'arte edonistica e autoreferenziale, che cerca invano di affermarsi utilizzando vacui giochi solipsistici. Quest'artista ama, al contrario, mostrarci l'intima bellezza del "bestiame della miseria", dello squallore quotidiano: un impiegato - o forse è meglio dire "impiagato"? - reso invalido dalla consuetudine, uno storpio permanente, schiavo dello stipendio e degli orari di lavoro, incollato ostinatamente alla propria sedia ergonomica; la nascita di un bambino, un evento di per sé lieto, rappresenta come uno spasmo di dolore atroce, condito da generosi effluvi repellenti;ed ancora: un uomo, preda di strane allucinazioni, ripreso in lieta conversazione con le proprie natiche. Nella crudezza di queste imagini non c'è, tuttavia, cattiveria o disprezzo verso quest'umanità; possiamo, anzi, ravvisare un fondo di pietà, di comprensione e persino d'affetto nei confronti di quanti, conoscendo l'esito scontato della battaglia (si tratta sempre di una sconfitta), hanno rinunciato a combattere, accettando in questo modo un destino di servilismo e rassegnazione. Esiste per queste creature la possibilità di un riscatto? Forse si. Ed è proprio l'artista che può loro concederla, sublimando con la propria opera il grigio sentire di questo gregge obbediente del nuovo millennio.

Gauguin intitolò uno dei suoi celebri dipinti "Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?". Di fronte al realismo disarmante delle opere di Dolzan, altre domande si pongono: "In che razza di mostro o lupo mannaro mi sto trasformando? Sono regredito allo stato di quadrupede selvaggio? Questo è solo un sogno o, risvegliatomi domani, sarò anch'io parte di questo incubo per troppo tempo ignorato?".

Il testo che accompagnava il catalogo della mostra di Hannover si chiudeva con un sentito augurio che, a distanza di un anno, mi sento di rinnovare, citando le parole di Rabelais: "Non può il mio cuore senza riso vivere e, innanzi al duolo che mina e estingue, meglio è di riso che di pianto scrivere, ché il riso l'uomo dall'animal distingue. VIVETE LIETI".


Tommaso Decarli (estratto dal catalogo della mostra presso la galleria Argo, 2006)

Il sudicio sudario


Dolzan, "Progresso", cm160xcm140, acrilico su tela, 2006


" Da un certo punto in poi non c'è più ritorno: è questo il punto da raggiungere".


Franz Kafka


Assisto, senza troppa meraviglia, ad una generosa agonia dell'arte, perpetrata da certi ammalati di protagonismo ottuso, giudici del buon gusto, dilettanti ignomignosi, che sentono nel loro cuore infartuato l'ardore creativo, il fuoco della schilleriana ispirazione divina, una sensazione che in realtà potrebbero scacciare con un antiacido o un buon digestivo. I prodotti di questo orribile delitto contro l'umanità me li ritrovo puntualmente, ogni giorno, sotto al naso, senza che io possa fare un granché per difendermi. Tuttavia non si deve giungere alla conclusione che il binomio arte-agonia sia, di per se stesso scomodo e si debba paventarlo quasi come un'invasione di turchi.

Paolo Dolzan, se si può parlare di esperienza personale, ha avuto in sorte la fortuna di trascorrere la prima infanzia in una casa che sorgeva non molto lontano da uno di quei luoghi ameni dove l'insano divertimento umano, voglio dire la sempiterna vocazione di noi occidentali allo sterminio, può avere la sua giusta soddisfazione: il mattatoio.

I francesi hanno un termine assai efficace per designare questi luoghi: "abbattoirs". Noi immaginiamo Paolo Dolzan, ancora fanciullo, bighellonare nei pressi del nostro abbatoir, respirando a pieni polmoni il fumo denso del sangue ed esaltandosi per gli orrendi grugniti che i poveri suini emettono nel momento del loro incontro, non troppo felice, con trenta centimetri di lama d'acciaio. Ci piace pensare che la formazione del giovane Dolzan sia iniziata proprio in questo modo curioso.

Un amante violento e premuroso, vorace, che ha un rapporto fisico, oltre la decenza, con la superficie pittorica: Paolo Dolzan dimostra verso l'arte la stessa pietà che una madre malvagia ha per i propri figli; nell'affrontare un nuovo lavoro, l'artista mette in scena un repertorio di pratiche talmente feroci da poter tenere testa a quelle del Marchese: inchiodata al muro, come nella migliore tradizione cristologica, la tela viene schiaffeggiata, graffiata, insultata: il colore applicato direttamente con le mani sporche, insudicia e degrada le forme prime, scaturite dalla graffite. Le figure larvali, che animano le tele dell'artista, son frutto di probabili coiti incestuosi, consumati in freddi scantinati alla luce di gelidi neon, sono uomini, donne, bambini, animali, ibridi immersi in un ambiente ostile e letale che hanno contribuito loro stessi a creare, carichi di colpe inespiabili ed immonde passioni.

E' questa l'umanità che affannosamente si agita intorno a Paolo Dolzan e che ormai da trent'anni alimenta la sua nausea verso coloro che l'autore definisce "ipocriti simulatori di buona volontà". L'ammirabile sfiducia verso tutto ciò che è al di fuori dal proprio lavoro spinge l'artista a prendere una chiara posizione rispetto all'anonima contemporaneità;: distruggere per non essere distrutto, dissacrare per esaltare, di contro la vita autentica, diventare l'unico uomo a possedere un occhio in una terra di ciechi.

L'arte per Dolzan è rituale di crudeltà (nell'accezione cara ad Artaud), un'arte che non ha certo bisogno di simboli per esplicarsi, la cruda e semplice realtà è infatti più che sufficiente.

Ogni opera terminata (se si può ancora mettere la parola fine ad un quadro), ogni foglio lacerato è l'ennesimo frammento del sudicio sudario che Paolo Dolzan va pazientemente tessendo per il nostro occidente, che da tempo ha ormai visto oscurarsi il sole e le stelle.

A Paolo Dolzan l'augurio di non perdere mai il suo insaziabile appetito.


Tommaso Decarli (estratto dal testo in catalogo "Walhalla", 2006)

11/21/2008

Donna barbuta scrive a donna cannone




Per quanto riguarda la tua ultima mail sulla sofferenza, scusa ma sono stato preso in questi giorni e non ti ho risposto... la faccenda mi sa che è lunga...dell'infanzia e gioventù in famiglia non ho nulla da rimproverare a mami, papi e te, ci mancherebbe! Anzi, sono contento che quello che ho vissuto mi abbia portato a ciò che nel bene e nel male sono diventato, semmai per me si tratta di limare alcune faccende del tipo sgropparmi delle abitudine incarnate negli anni di bagordi e di dosso un pò di chilacci... col tempo sto entrando nell'ordine delle idee di un cambiamento, stando al mio lento e implacabile passo, però. Sull'elemento tragico e sull'incapacità di essere ottimista, beh, basta mettere insieme le cose e ne deduci le ragioni, ma sappi che non lo ritengo questo un fattore negativo quanto piuttosto un approccio realista alla vita. Io sono innamorato della vita (altrimenti non sarei così godereccio), certo a volte questo urta col pensiero di doverla abbandonare prima o dopo e fondamentalmente, sul non riuscire a venirne a capo. Ormai considero la vita alla stregua di un quadro, ma in questo caso sono io il quadro anzichè esserne il pittore, tutto qua... in fondo se la vita avesse un'utilità sarebbe orribile perchè comprometterebbe ogni cosa con l'interesse. Poi a tutto questo ci puoi aggiungere la visione disincantata che ho maturato per tutto e il fatto di non appartenere (per fortuna) a nessuna categoria solidale organizzata (dalla religione, alla politica, alle sette, al rotary club!). Questo a volte ti fa sentire rifiutato e solo, ma il pensiero deprimente è scacciato da una buona digestione. Poi mi danno fastidio le ingiustizie e la stupidità e di queste cose è pieno il mondo, me compreso. Mettici pure le visioni forti e tragiche dell'infanzia (dal bacio alla suora morta, ai maiali macellati, all'operaio folgorato sula linea del tram al ritorno dell'asilo), i dolori all'ordine del giorno (la malattia di Simona, i suicidi più o meno consapevoli degli amici e quelli che semplicemente si sono persi per strada). Su tutto, la mia formazione intellettuale a cavallo tra '800 e '900: il pessimismo cinico di Strindberg e Celine, la morte della morale e di Dio nietzschiana, l'amore viscerale per la pittura di ogni tempo fuori dai giochi e dalla società, il tentativo fallito di salvarmi trasformandomi in un guru indiano, ma anche lì, ahimè, ho trovato la strada murata dall'illusione: secondo te dovrei starmene in contemplazione ascetica vedendo il mondo scorrere e disintegrare il mio io? No grazie, mi ci butto a capofitto invece! E al mio io ci tengo come un autentico egoista! Ti dirò di più, e con questo ultimo pensiero chiudo: è proprio nella costruzione di un proprio io che trovo la ragione personale del vivere, mettersi in gioco a costo di aver sbagliato tutto e aver imboccato come un idiota la giostra alla rovescia...ecchissenefrega. Maturare dei principi senza aspettative di paradisi e inferni. Se nessun motivo o pregiudizio ti spinge verso quell'azione o quel pensiero, allora sei una persona libera.
Un bacio sorellina e non preoccuparti che c'ho la scorza dura!

11/18/2008

La memoria si cancella



Nel pomeriggio, con un amico si parlava e ci si interrogava sul futuro che ci aspetta... risultato: fai bene a fare ciò che fai, tanto meglio se lo pratichi. Oggi pensare è difficile, scrivere i tuoi pensieri lo è ancora di più, semplificare i tuoi rovelli carichi d'ansia nella prospettiva di un domani merdoso e ricondurli ad un pragmatismo è quasi impossibile... perché? Tutto è partito da un tema spinoso di attualità reclamato a grande richiesta durante un'ora di lezione, (giusto per farvi capire che i giovani d'oggi s'interrogano): le occupazioni universitarie sul versante scuola.
Ebbene, dopo aver parlato della schifosa riforma Gelmini è avanzato lo spazio per i manganelli sporchi di sangue dello schizofrenico /senza-litio/ Cossiga e per i complimenti del benemerito avanzo di galera e futuro golpista Licio Gelli al Cavalierstocaz...
E' avanzato anche lo spazio per parlare della candidatura di un nero alla Casa Bianca che deve ungere i nostri culi per infilarcela meglio, l' idea di un Nuovo Ordine Mondiale. Tutto segue un ordine logico, dopo gli schiaffoni di papà Bush arrivano le carezze di mamma Obama che offendono l'intelligenza di ogni uomo civile, quando il cambiamento stà semplicemente nel colore della pelle.
Tutto è come da programma.
Ho un rigurgito disgustoso ricordando la telecronaca delle recenti presidenziali U.S.A. : ascoltare gli interventi dell' ex presidente Ciampi, (un omino anonimo, eppure in questo caso con le idee precise), quando parla di un "nuovo ordine mondiale" che, auspica, sia la prima preoccupazione dell'americano. Parere condiviso dall' ex partigiano benemerito Napolitano, oppure dal socialista craxiano (oggi europarlamentare!!) De Michelis.

Che dire...ungiamoci preparando i nostri figli al microchip.







11/13/2008

Dolzan/amici: Riccardo Badalà



Posto questa riflessione con il piacere di aver trovato un nuovo amico e collega, che il tuo viaggio in cerca di riscontri ti sia favorevole, Riccardo!
Al nostro prossimo incontro con stima.
Riccardo Badalà, nato a Catania nel 1976. Diplomatosi all’Istituto tecnico per geometri di Acireale (Ct) nel ’96. Laureando in scienze dell’educazione presso l’università di Catania, ha approfondito discipline come psicologia, pedagogia e sociologia, assecondando il proprio interesse di capire l’uomo nei diversi contesti della realtà umana.
"Sono cresciuto all’interno di contrasti, il vulcano Etna e il mare sempre vicini, la loro energia si mescola dentro di me e con essa interpreto tutto ciò che mi circonda, con la forza del fuoco e il ritmo del mare. Fin da piccolo sempre in viaggio, prima in Italia, mia madre di Trento e mio padre della provincia di Catania, poi la continua esplorazione del mondo attraverso viaggi all’estero".
Nel 2007 la passione del viaggio si coniuga con l’idea di far conoscere la propria pittura, stabilendo nuovi rapporti con gallerie di Napoli, Trento e Valencia.
"La mia pittura nasce dalla memoria degli incontri con persone e luoghi, il desiderio di comunicare sentimenti ed emozioni apprese, attraverso una trasfigurazione della realtà. Riportando la realtà nella sua quasi essenziale presenza in apparenza informale, ma senza mai prescindere dall’esistenza del tutto, corpo o oggetto, che sia."
La ricerca pittorica si accosta alla figurazione di grandi maestri come Auerbach, Giacometti, Bacon e, in tempi meno recenti, alla fisicità della materia di Forgioli, Vedova, Morlotti, De Kooning.
"Credo che la pittura dopo esser stata trasportata dall’artista nel supporto, abbia una vita propria, un’esistenza indipendente da chi l’ha generata."



11/08/2008

"Io non cerco, trovo.": La trovata e la trovatina.



Una frase celebre messa in bocca a Picasso fu: Io non cerco, trovo. Era un'affermazione abbondantemente chiarita nel corso di conferenze poi raccolte nel volume degli "Scritti di Picasso", rivolta agli artisti che connotavano il loro lavoro con il termine di "ricerca".


Il maestro si esprimeva in modi che facevano supporre quanto fosse stupido e improduttivo l'atteggiamento di chi cerca, magari senza trovare - foss'altro che un portafoglio - e precisava, per rimarcare il concetto e a scanso di equivoci, che incollare i pensieri a un quadro è disdicevole, ma che se un pittore ha uno spessore intellettuale lo si capisce da come dipinge.


1917, R. Mutt, "Fontana": Il trovare di inizio '900 si trasforma nel giro di poco meno di un ventennio nella "trovata" duchampiana. Un vecchio urinatoio viene apparecchiato per fare il suo ingresso nella scena museale, e' la decontestualizzazione dell'oggetto che mette in discussione il valore materiale dell'opera e dell'idea. Nessuno aveva tentato prima di Marcel Duchamp questa strada? Forse nell'arte no, ma i riverberi di una visione platonica tra l'idea e la cosa si fanno sentire. Comunque, siamo all'attentato snobistico dell'arte. Si accusano i musei e le collezioni private di essere in possesso di croste senza valore, se tali in loro non hanno il seme capace di attecchire nei terreni più incolti della fantasia progressista modernista novecentesca. (nota: in Italia, la prima obiezione futurista è del 1907). Nel contempo, si allontana l'arte da un uso pratico e sociale, riferendosi ad un pubblico intellettualmente illuminato e aggiornato.


Dopo Marchel Duchamp si delineano con nettezza due rotte: da un lato vi è l'idea che si concreta nell'oggetto-opera d'arte, dall'altra, il fare spontaneo e assecondato che trasporta l'artista verso un risultato che egli stesso ignora. Rivoluzione? Torniamo ai termini esistenziali che compongono la natura atavica dell'uomo, la "razionalità" e l' "istinto".


Questa è la trovata, vediamo la trovatina:


La trovatina declassa l'intuizione duchampiana e la sua figura d'artista che, se dovessimo ricostruire, si delineerebbe come un qualcosa di professionalmente irraggiungibile per la maggior parte degli artisti. Le trovatine sono i "bambini impiccati" di Cattelan, le fotografie della propria fregna di giovani artiste avvenenti e, in generale, tutta la produzione asfittica che affligge le nuove generazioni votate alla formula belliricchifamosi .
Il segreto dell'arte concettuale da Duchamp in poi? La costruzione di ambienti, opere, situazioni, (etc.) paradossali. Il primo cretino pescato sulla strada, svelato il segreto magico del paradosso, ne partorirebbe a bizzeffe di opere d'arte. E non voglio neppure affrontare l'aspetto business che mi scappa da vomitare.
Paolo Dolzan


11/04/2008

La meditazione nel porno




Il porno si instaura alla morte del desiderio. Morto, sacrificato l'Eros, l'aldilà del desiderio, quando tu fai qualcosa aldilà della voglia, la voglia della voglia: questo è il porno. E' una svogliatezza. Il più grande pornomane, pornografo, è Franz Kafka, non è Sade. [...] Io mi considero nel porno. Il porno è il manque, l'altrove, il quanto non è, il quanto ha superato se stesso, è quanto non ha voglia, è quanto non "gli tira" (pur tirando, non tira - è stirato, per sempre).
Carmelo Bene






Forse, anche dopo un secolo Freud non si sbagliava quando (in soldoni) classificava l'uomo moderno come un erotomane terrorizzato dalla morte e riconduceva tutti i desideri alle pulsioni erotiche e tutte le paure e le angosce alla ciascuna dipartita. Anche oggi che il problema sembra sviscerato e non si contano i passaggi di culo e mammelle nei media, dove l'erotismo è il veicolo di maggiore utilizzo nelle relazioni commerciali, nel rapporto -sempre impari - tra il consumatore e il produttore di futili merci indispensabili, questa visione cristallizza la società attuale.
E' l'incapacità umana di realizzarsi nel porno, di liberarsi (del)l'anima soggiogata da un sempre più asfittico erotismo: l'ennesimo fallimento di un mondo corrotto e delle relazioni umane che vanno a rotoli. Nell'erotismo, cioè, l'uomo e la donna giocano un ruolo passivo in quanto sono vittime e strumento delle loro pulsioni. L'erotismo nasce dall'imbellettamento puritano dell'atto della monta che ci rende santamente pari agli animali e parte stessa del gioco dell'esistenza che esige, nella riproduzione, il suo rinnovamento. Su questa prima condizione - inaccettabile per un essere sano - si intessono poi quegli sporchi giochi di interesse personale che ammorbano le relazioni e i costumi. Nasce la prostituzione (più o meno sottesa), ancor più inaccettabile quando essa avviene fuori dai postriboli e la ritroviamo nella politica, negli affari, nel lavoro, nella cultura.
Talune antichissime pratiche orientali (cfr. "Tantrismo"), seppur coi limiti della ritualizzazione religiosa, consideravano il coito come un efficace strumento di ricerca spirituale: da un lato, lo scopo dell'atto sessuale consisteva nel prendere coscienza profonda del momento dell'orgasmo e quindi con l'esercizio, dilatare il piacere a costante stato dell'essere; dall'altro lato, nell'incontro di carne si ricercava il "manque" beniano, l'altrove, il superamento di se stessi, lo stato di non essenza.
Con la pornografia l'accoppiamento viene spogliato d'ogni rituale, nell'incontro ritmico e replicato della carne si constata la propria unicità o impossibilità d'essere l'altro e nel contempo ci si afferma transvalutando, nella forzatura, le regole del gioco animale. La pornografia è un gioco zarathustriano.

Dolzan / amici: Michele Bubacco




Michele Bubacco


Nato a Venezia nel 1983. 2001: Maturità presso il Liceo Artistico di Venezia. 2002-2004: Corso di pittura ad olio presso lo studio dell'artista Alessandro Rossi (approfondimento sulla tecnica rinascimentale) 2003:I Premio di Pittura al Concorso O.R.S.A. Mestre; Corso di pittura (studio sul colore) presso il pittore Alessandro Rossi; Presentazione dei lavori presso la galleria S. Marco Bevilacqua La Masa. 2005-2007: Esecuzione di quadri ad olio di grande formato per artista contemporaneo e per mercato artistico internazionale; corso di vetrofusione tenuto dall'artista Miriam di Fiore all'Abbate Zanetti - Murano; realizzazione di piastre in vetro ispirate alle lastre radiografiche. 2006: Incontro e consultazione con conseguente critica epistolare dello scrittore e critico Jean Clair. Mostra personale presso la boutique "Temple of Love" di Venezia, mostra personale presso il "Giardino" a Venezia. Realizzazione di piastre in vetrofusione a Murano all'interno della Scuola Bubacco con conseguente mostra privata 2007: Esposizione collettiva presso villa Brandolini Solighetto.


Questa estate ho avuto il piacere di conoscere il giovane pittore veneziano Michele Bubacco, e in un movimentato fine settimana al mulino tra amici pittori, di lavorare con lui e conoscere il suo pensiero. In questo breve post pubblico l'immagine di un suo lavoro e qualche breve nota biografica, segnalandolo a quanti vanno cercando della buona pittura.

11/03/2008

Edvard Munch - L'assassino -



Edvard Munch; L'assassino, 1910


Una campagna svuotata dei contadini e battuta dal sole di mezzogiorno. Un albero avvampa di giallo sullo sfondo, le zolle di terra sono gonfie e tese come un otre che trasuda vino.
In primo piano avanza una sagoma d'uomo barcollando, quasi fosse affetto da una leggera commozione cerebrale.
Ha incollato all'anima il gesto brutale di un omicidio fresco fresco.
I sensi di colpa, le ragioni e le giustificazioni non possono attecchire tra fiumi di adrenalina e tamburi di tempie.
Nessun pensiero può esistere, ma solo la visione ingolfata dell'assassinio ritorna, ad ogni passo.

La dote più sottile di Munch, a mio avviso, è stata quella di fissare sulle sue tele degli "stati psichici" che convergono nelle immagini tracciate, ma che appartengono alla realtà sovrasensibile. Noi non pensiamo, siamo attraversati dai pensieri, e questi prima o dopo diventano azioni o cose, cavati dal limbo delle ipotesi.




10/21/2008

A nessuno gliene fotte

Questa è la mia impressione e mi rivolgo agli artisti:
dov'è finita la voglia di confrontarsi, ( anche dialetticamente), di approfondire gli aspetti legati alla sperimentazione tecnica, di ragionare in termini di processi..? Ci accontentiamo di una mostra di merda, di arrufianarci il gusto del pubblico, dei vernissage, di raccogliere le briciole di patatine rosicchiate alle inaugurazioni e di contare i bicchieri vuoti.
Un pò di anni fa ero un illuso, credevo gli artisti degli esseri dotati di lunghe antenne, vedevo in loro dei sovversivi affilati dal fare...
L'esperienza creativa? Buttiamola nel cesso. Diventiamo tutti ricchi e famosi e chi se ne strafotte.
Ora considero gli artisti un branco di coglioni.
Mi vergogno di rientrare nella categoria e così uso presentarmi al prossimo come un pittore o meglio, un artigiano che fa ciò che può come può.
L'arte è una truffa ai danni dell'artigianato. Puro business, luci colorate che abbagliano gli allocchi.
E dove è finito il dialogo tra generazioni... è davvero esistito in passato?
I giovani talenti del momento scoprono l'acqua calda e si sentono dei geni, i vecchi tromboni, una volta stanati, si rivelano per la maggior parte disgustati dall'oggi e senza più voglia di insegnare; la parte restante - schifosa - si aggiorna col fiato corto, scorreggia frustrazione da tutti i pori per non essere ancora stata imbalsamata in qualche museo ed esposta al pubblico sbadiglio postprandiale, domenicale, famigliare.
Tirando lo sciacquone saluto affettuosamente i vivi.
Paolo Dolzan

10/16/2008

Scheletri nell'armadio



Guenther von Hagens è balzato alle cronache presentando i suoi cadaveri plastificati nei più prestigiosi musei del mondo. Professore, anatomo-patologo o artista? Arte anatomica, come dice il signore dei cadaveri, oppure immorale "degradazione della dignita' umana" come ribattono i suoi critici?


Poco importa, questo signore ha inventato l'acqua calda.


Honoré Fragonard (1732 - 1799), professore di Anatomia all'università di Veterinaria di Lione (e cugino del più noto omonimo pittore), se fosse ancora vivo ve lo confermerebbe...

10/15/2008

Così fan tutti (?)

Oggi, catapultati nel terzo millennio, il panorama artistico è nuovamente mutato: il fiore è marcito, il nodo gordiano si è incastrato nel pettine, le frustrazioni hanno portato all’isteria e al decadimento generale d’ogni principio morale.

I moti della moda e del tradimento assurgono a cencioso stendardo dell’arte.
La prolificazione di nuovi linguaggi accordati alla fascinazione tecnologica e al lavoro cialtronesco della critica militante hanno mutato tradendola, la verità dell’arte.
L’arte mira al reclutamento di massa e multidisciplinare, s’incorona del dilettantismo in un’ammucchiata di sproloqui concettuali. I nuovi alfabeti sfuggono ad ogni giudizio mancando i termini di un confronto con la tradizione.
Il denaro è sufficiente da sé a stabilire il valore di un’opera d’arte.
Il mondo se ne fotte dei sospiri di mummie dimenticate e gli artisti - quelli veri- se ne fottono a loro volta del mondo dal fondo delle loro tane.
Ovunque va scemando il confronto e il dialogo interdisciplinare. I giovani artisti /autistici sfornati dalle accademie degli equivoci, annegano in fiumi d’inchiostro con il solo desiderio d’essere qualcuno, (anche a costo di fregare il prossimo), le vecchie generazioni bugiarde annaspano nell’affanno per adeguarsi ai tempi, pronti a riscrivere anche settant’anni del loro lavoro per un cantuccio nello sgabuzzino della storia.
E’ una sconsiderata dose d’insicurezza ad invalidare la ricerca di questi uomini che sacrificano il loro mondo nel timore di non piacere al prossimo, ma è soprattutto una sfrontata cupidigia ad animare questi miserabili. Pur tuttavia, essi meritano più compassione che disprezzo da parte nostra, di noi che non temiamo di arrossire nel pronunciare la parola “arte”.
Nel corso del ‘900 assistiamo ad una messa in discussione dei linguaggi artistici di tradizione millenaria attraverso delle ricerche che dall’interno muovono al limite delle discipline stesse, all’insegna di una sperimentazione nella quale confluiscono le esperienze dell’arte sul piano mondiale. Si tratta di una riflessione globale che nel tentativo di esaurire questi linguaggi, sorprendentemente li rigenera.
Questo è anche il secolo nel quale il piano della critica si sovrappone all’operato degli artisti, talvolta sostenendolo, più di frequente compromettendone il risultato. La ricerca progressivamente si sposta, dal piano della scoperta al piano dell’elucubrazione.
Oggi si proclamano delle verità che sconfinano col luogo comune; si decreta l’estinzione della pittura, della scultura e via dicendo... se ne mummificano i prodotti nei musei a testimonianza dell’avvenuto trapasso. Questa è la rivincita dei falliti, schiacciati dal peso della pratica e dalla loro stessa inettitudine, rimbecilliti da un ronzìo di chiacchiere tra le tempie.
Dalla seconda metà del XX secolo, il fiorire di ibridazioni che tentano di suturare lo strappo venutosi a creare sul fronte dell’illusione, dell’interesse economico e del delirio critico, mascherano a oltranza i termini della questione; nel contempo, al chiuso degli studi e delle case, uomini rari si lasciano attraversare dalla pratica, sfuggono all’idea per vie remote e antichissime. Niente è cambiato: l’energia creativa è la stessa che fluisce a dispetto delle illusioni e dei desideri - solo umani - . Qualunque azione che si realizza in sé stessa è nobilitata dall’arte.

L’affanno della modernità è una preoccupazione insulsa. Questa è la verità oscurata dai continui rimestamenti nel calderone dell’arte.
Dolzan

Avanti e indietro


Mario Deluigi e Gino Severini

Tracce di corrispondenza epistolare (1942)
Severini scrive a Deluigi

Collalbo, 7/3/1942

(...) Questi collezionisti credono di essere dei domatori di belve e sono degli allevatori di conigli. Con queste due mostre che sono state fatte, Valdameri ci avrà guadagnato un consenso ufficiale al quale forse teneva, ma gli artisti non ci hanno guadagnato di certo. I paesaggini di Carrà, fra la scuola di Barbizon e serafino da Tivoli, lasciano il tempo che trovano, ed anche le sue metafisicherie; Morandi passa da un paesaggio alla Cezanne ad una natura morta alla Vallotton (il pittore svizzero che volle ignorare Cezanne); fra i due estremi i fiori secchi, le bottiglie imbalsamate e un timido cubismo provinciale; quanto a De Chirico, eccettuati pochi quadri di altri tempi, unicamente interessanti per il soggetto, si conferma sulla linea di un dilettantismo ecclettico e letterario che con la pittura non ha niente a che fare. Nella seconda mostra Marussig dovrebbe essere la belva più feroce, è inutile parlarne. (...)

Tentar non nuoce/ passato-presente surrealista





















Nel 1924 Andrè Breton e la sua compaggine editarono La rivoluzione surrealista. Tra i temi trattati ve n'era uno più che attuale, formulato come inchiesta che qui ripropongo nella sua essenza: "Il suicidio è una soluzione?"
Inserisco alcuni interventi postati quando si usavano ancora i francobolli, la penna e il calamaio. Aggiornandovi, siete invitati a fare lo stesso. In fondo il mondo e le persone non cambiano o lo fanno solo apparentemente...i nipoti vivono dello stesso sangue dei loro nonni.

Sig. Francis Jammes:
La domanda è talmente miserabile e, se mai un povero bambino si uccidesse a causa di essa, sarete voi gli asssassini! Ce ne sono di dannati. La vostra unica risorsa, se vi resta un pò di coscienza, è di precipitarvi in un confessionale. Non solo vi autorizzo a pubblicare questa lettera per esteso, ma ancor di più ad inviarla alla signora vostra madre.
Sig. Josef Florian:
Non faccio lo scrittore per rispondere a delle inchieste. Sono cattolico e la dottrina della Chiesa per me è la verità, verità reale (uguale forse alla "verità surrealista") e, quanto al suicidio, è Gilbert K. Chesterston il mio portavoce in materia. Nel leggere la sua Ortodossia, 5° articolo, nella traduzione ceca dal titolo Prapor sveta (la bandiera del mondo), la questione è in ogni caso morale.
Sig. Pierre Reverdy:
il suicidio è un atto il cui gesto ha luogo in un mondo e conseguenze in un altro. Ci si uccide probabilmente così, come si sogna - quando la qualità del sogno lo trasforma in un incubo. Ma l'uomo si ipnotizza su quel miracolo di grandezza costituito dal fatto che gli è stata data la volontà di intervenire sui disegni di Dio. Il suicidio è uno di questi interventi, è un atto di ribellione e solo i deboli hanno motivo di dimostrarsi ribelli. Quando non si vogliono più subire le avversità della sorte, quali che siano - o quando non se ne può più - si cerca una via d'uscita. Ce ne sono diverse, contando quella porta stretta che altro non è, in realtà, che un lungo corridoi tramite il quale pretendiamo di accedere alla sala del trono. (...)
Sig. Louis Pastor:
Una sconfitta non potrebbe essere una soluzione.
Il suicidio non è una soluzione, nemmeno una fine, ma un abbandono alla questione.

MUSEO DELLA CARALE / ACCATTINO


Museo della Carale Accattino


Renato Ingrao e Adriano Accattino

Il Museo Della Carale Accattino ha sede in Ivrea, in Via Miniere 34, in un nuovo edificio costruito accanto all'originale Cascina Riva, dove si era costituita nel 2002 la Collezione di opere di Francesco Gioana.

Il Museo Della Carale Accattino imbocca una strada di presenza attiva nel campo dell’arte attuale, mentre non abbandona la sua vocazione originale che si raccoglie intorno alle collezioni permanenti, costituite appunto dalla Collezione Francesco Gioana e dal corpo di opere create nel Museo stesso, durante il 2005 e il 2006, in sessioni di pittura improvvisata che hanno visto la partecipazione di una cinquantina di artisti provenienti dall'Italia e dall'estero.

Il Museo Della Carale Accattino si apre e si offre alle arti, non privilegiando una tendenza sulle altre, ma si colloca sull'onda della contemporaneità. E’ museo di creazione piuttosto che di semplice esibizione: incoraggia la ricerca, mira allo sviluppo e alla valorizzazione della creatività e delle potenzialità artistiche.

Indirizza la sua attività agli artisti del nostro tempo, senza distinzioni di generi o di generazioni: in un oceano di iniziative dedicate ai giovani, il Museo s'interessa anche di non più giovani artisti, fedeli e coerenti alla loro vocazione. Il Museo Della Carale Accattino costituisce un centro di cultura non solo artistica, ma scientifica, filosofica, poetica; organizza incontri e convegni sui problemi più scottanti; serve gli artisti, li collega e li organizza.

Detiene una Biblioteca di esoeditoria, cioè dell'editoria minore, delle autoedizioni e delle riviste effimere, aperta al pubblico, che copre il periodo di tempo dagli Anni sessanta a oggi. Il Museo apre i suoi locali durante le mostre e le manifestazioni, con orari di volta in volta portati a conoscenza del pubblico. Le sue raccolte stabili sono invece visitabili su appuntamento.

La gestione dell’attività è affidata a un'Associazione di Promozione Sociale con finalità culturali, denominata “VIVA L’ARTE", che esercita un'attività di esibizione e di ricerca, di collegamento e di servizio per gli artisti e per il pubblico.

Criteri e indirizzo dell’attività espositiva: Il Museo opera presentando cicli di mostre piuttosto che mostre singolari e sporadiche. Predilige un sistema organico di mostre, che copre un tempo anche lungo, così da offrire un ampio e approfondito panorama di una determinata esperienza artistica. L’organicità delle mostre e la continuità del lavoro sono indispensabili per affrontare adeguatamente le questioni e conseguire gli obiettivi prefissati. Il sistema organico di mostre si accompagna necessariamente a una serie di approfondimenti e di sistemazioni critiche, filosofiche e storiche, con la produzione di pubblicazioni e di cataloghi contenenti i saggi di studio. Il Museo inoltre organizza incontri con gli autori e gli artisti le cui opere vengono esposte. Favorisce la creazione di opere in loco da parte degli artisti partecipanti alle manifestazioni.

Il Museo persegue finalità didattiche curando il corredo didascalico delle opere esposte, anche con lezioni tenute da studiosi e specialisti. Stile ed economia La gestione del Museo è improntata a un’economia oculata. Lo stile degli allestimenti e delle pubblicazioni è asciutto ma curato e personale.

Il Museo abolisce il lusso, l’esuberanza e l’esibizionismo a beneficio di una misura sufficiente, di un totale dispiego e utilizzo delle possibilità. L’associazione “Viva l’arte” L’associazione ha assunto la forma giuridica di Associazione di Promozione Sociale e ha sede nei locali del Museo Della Carale Accattino.


L'Associazione si propone i seguenti scopi:

- stimolare le iniziative e i movimenti nel campo delle arti, incentivando e conducendo la ricerca, nella convinzione dell'importanza della funzione sociale dell'arte e degli artisti e nella convinzione dell'importanza dell'esercizio della pratica artistica nell'evoluzione di ciascun uomo. L'Associazione intende reagire contro l'immobilità e l'inerzia dell'ambiente artistico e istituzionale; contro la mancanza di occasioni di ricerca e sperimentazione collettive. Per questo l'Associazione fa appello alle forze singolari, alle iniziative personali, all'intraprendenza individuale per smuovere e animare un ambiente chiuso, piatto, deprimente che pratica l'emarginazione e l'esclusione di chi non appartiene a determinate cerchie o gruppi di potere. - supportare gli artisti nella loro attività fornendo strumenti idonei di informazione, formazione, aggiornamento; costituendo reti di collegamento, relazione e collaborazione; e inoltre predisponendo specifici mezzi di presenza sul mercato e di ricavo economico.

Questo tipo di azione è determinato dall'invincibile solitudine dell'artista, dal suo isolamento e anche dall'incapacità, per una sorta di contraddizione, di affrontare e risolvere i problemi attinenti il mercato e l'economia. Inoltre l'artista è perlopiù incapace di stabilire rapporti utili con gli altri artisti, con i critici e con la stampa. Patisce poi la mancanza o la scarsità di aggiornamento e di conoscenze culturali di ampio raggio. Infine egli incontra notevoli difficoltà a far conoscere il proprio lavoro e ad organizzare mostre ed esposizioni. L'adesione all'Associazione avviene su semplice domanda scritta da parte dell'artista e del simpatizzante interessato.

Campo di azione:

Le attività e le iniziative che l'Associazione intende attuare sono: 1. Attività espositiva. L’Associazione organizza l’attività espositiva a cicli organici di mostre. Per evitare il rischio di monotonia espositiva, i cicli potranno sovrapporsi e intercalarsi; non è però esclusa la presentazione di mostre dedicate a un singolo autore. Si prefigura l’allestimento di cinque o sei mostre all’anno.

L’Associazione svolge inoltre le seguenti attività accessorie:
- istituzione di uno spazio di esposizione e vendita dei lavori degli artisti aderenti; - banco vendita di libri, cataloghi, riproduzioni, riviste, gadget, e via dicendo; - raccolta e conservazione della documentazione relativa agli artisti che hanno avuto rapporti con l'Associazione (cataloghi, libri, libri d'artista, dépliant, manifesti e pubblicazioni varie). - raccolta e archivio di film e video dedicati ad opere e operazioni d'arte e agli artisti. Per parte sua, l’Associazione curerà la produzione di video relativi alle manifestazioni curate e allestite. Il materiale raccolto e prodotto sarà visibile da parte del pubblico.

2. Attività di studio e ricerca: organizzazione di incontri, laboratori, seminari, riunioni di verifica e ogni altra iniziativa relativa e utile alla pratica delle arti; organizzazione di convegni di studio su temi di interesse culturale e sociale generale; costituzione di gruppi di ricerca, anche decentrati, per l'avanzamento teorico e pratico nel campo delle arti. Attualmente l'ipotesi di più immediata attuazione, essendo già delineata, consiste nel progetto “Arte, Natura, Scienza”, che sollecita iniziative artistiche singolari e di gruppo distribuite in tutto il Paese, per tutto l’anno 2008.

3. Attività informativa e di relazione: facilitare i collegamenti e la conoscenza degli artisti fra di loro, con i critici e in senso più lato con il mondo della cultura, con la stampa e con il pubblico. Intrattenere relazioni con altri organismi similari per lo scambio di notizie e di collaborazioni e di iniziative utili agli operatori. A tal fine l’Associazione: - crea una rete di contatti e collaborazioni fra gli artisti aderenti con l'organizzazione di incontri e laboratori, anche con la creazione di gruppi di lavoro unitari e decentrati dedicati a specifici progetti; - stabilisce e cura rapporti e relazioni con organismi similari e altre organizzazioni, italiani ed esteri, per lo scambio di opportunità e collaborazioni; - organizza una rete di studiosi e di critici; - stabilisce una rete di contatti con gli operatori dell'informazione e della stampa.

4. Pubblicazioni e documentazione L'Associazione cura la pubblicazione di cataloghi e di altro materiale relativo all'attività svolta (ad esempio gli atti dei convegni e la documentazione delle mostre).

DOLZAN, RABBIA VIVA -Intervista di Orietta Berlanda





















(Estratto da: WorkArt - in progress N.20, Galleria Civica di Trento)

Nelle tue tele la razionalità abdica a favore della forza propulsiva e vitalistica della pura visione. Come ti approcci ai tuoi quadri?


Prima di aprire con un gesto il lavoro, rompendo l'equilibrio di una superficie bianca, mi sgombro la testa dai pensieri e spesso mi servo della rabbia, del gesto compulsivo e incontrollato. Ricostruire un equilibrio, composto di forme e colori, constatare che a fronte degli aggiustamenti e degli imprevisti la mia parte razionale si mostra con tutto il suo ingombro, mi fa stare bene. Vivo uno stato di meraviglia contemplando il risultato finale che è la somma di addizioni sorte nel fare e quasi il rovescio di ogni risultato pre-pensato. Il segno gestuale caratterizza tutta la tua produzione.


Dal punto di vista dei contenuti, qual è il filo rosso che unisce i temi da te prediletti, da quelli più viscerali a quelli riferiti alla mitologia?

Il contenuto dei quadri è il riflesso del fare, la chiave d'accensione che mi spinge nel lavoro: un misto di rabbia, disagio e disapprovazione che non può prescindere dalla mia formazione culturale, artistica e (a)morale. Ritengo che l'artista, al di là delle delimitazioni storiche, si sia sempre posto ai margini di un discorso sociale, poiché interpreto questo lavoro come una pratica sovversiva che delegittima ogni autorità all'infuori di quella creativa: quella religiosa, quella politica e tutto ciò che si è conficcato nel mezzo.

Credi che la rinuncia alla forma “esteticamente corretta”, nel senso del gusto del mainstream, rispecchi una rabbia generalizzata nei confronti del presente? Onestamente non mi interesso del gusto corrente. Non riesco neppure a concepire questo stato di “rabbia generalizzata” alla quale ti riferisci – magari ci fosse – constato solo un dilagante e ipocrita conformismo. Una ricerca artistica prostituita agli interessi economici, alle false provocazioni, all'apparire piuttosto che all'essere. Per come la penso, l'artista andrebbe disintossicato dalla dipendenza istituzionale e di molto ridimensionato il ruolo della critica e dei curatori che si sentono investiti di una missione impossibile: fare cultura. Anche se genuina, questa preoccupazione si rivela inutile. Sarà compito delle generazioni future valutare il nostro contributo che solo sedimentato e filtrato dal tempo potrà essere considerato quale apporto culturale.

Ultimamente hai trasposto il tuo stile graffiante in figure umane in cartone a tre dimensioni. Come sei passato dalla superficie allo spazio? Questo “spostamento” è avvenuto in realtà da alcuni anni, per approfondire aspetti relativi alla nostra percezione visiva. Avvertivo la necessità di verificare alcune soluzioni formali nel campo dello studio della testa che è la periferica più difficile da imbrigliare. Le prime sculture che risalgono a circa cinque anni fa erano in gesso, poi sono passato al cartone, un materiale che mi attrae per la sua versatilità. Facevano da complemento ad una serie di studi a monotipo. Aveva ragione Picasso: la scultura è il miglior commento che un pittore possa fare alla propria opera.